Sport IL DIFFICILE È QUANDO SEI PRIMO: QUATTRO CHIACCHIERE CON ANGELO MIERLA, PILOTA DI KART

A una manciata di giorni dal via del Gran Premio della Versilia incontro Angelo Mierla, 28enne pierantoniese con il pallino per i motori e per le ruote scoperte, unico pilota di kart ‘’competitivo’’ che ha rappresentato l’Umbria nello scorso Trofeo italiano (ora Coppa Italia ACI), peraltro classificandosi al terzo posto. È ascoltando parole come le sue, ricolme di passione per questo sport un po’ sottovalutato -dopo un boom negli anni ’90-, che ci torna in mente quale sia la vera essenza dell’attività sportiva, valori in via di estinzione in discipline che siamo più abituati a trattare, a commentare, a vedere in tv, ormai da decenni sotto i riflettori, nelle quali conta più la componente business che la competizione. Un hobby nel quale «chi ha perso, chi ha vinto, alla fine tutti si danno la mano, in pista tutti cattivi (anche troppo) e volano scintille, ma dopo tutti amici come se fossimo tutti dello stesso team, addirittura a volte ci scambiamo i pezzi!» Uno sforzo, anche ma non solo economico, che è pienamente ripagato dalla soddisfazione dopo un weekend passato a sfrecciare in qualche tracciato in giro per l’Italia, senza per forza ottenere un risultato. Basta poco infatti, a quella velocità, un piccolo calo di concentrazione, una traiettoria leggermente sballata ed il kart non ti perdona. Una passione nata presto, guardando la Formula 1 in televisione da bambino, ma maturata di recente, «all’epoca non c’erano le possibilità», ma soprattutto per «la completa assenza nella nostra zona di un tracciato dove fare i primi giri di prova.» Primo kart acquistato nel 2012, e soffermandosi su questo Angelo sfata il luogo comune dell’eccessiva dispendiosità di questo sport (sicuramente molto più di altri, ma meno costoso rispetto 15-20 anni or sono), poi la creazione del suo team ‘’Pierantonio Corse’’ (ora affiliato con il 3DK, storica scuderia di Bastia) e le prime sgambate in pista. ‘’Ricordo di come andavo pianissimo all’inizio!” Ma quanto è cambiato il kart dallo sport che era qualche anno fa? «Adesso devi essere preciso, kart nuovo di zecca, motore a punto sennò non sei competitivo. Il kart si è evoluto, ora ci sono anche con le marce, ma quello senza è molto più difficile da guidare, chi vuole iniziare deve farlo da quello.» Anche il kart è andato professionalizzandosi, «‘na volta andavi là con un ombrello, adesso c’è chi va via con un camion, con la tenda, l’amatoriale l’hanno quasi eliminato. E poi devi essere omologato, avere la licenza», scordatevi quindi lo sgangherato pilota della domenica. Si spende parecchio in termini di costi e di tempo? «È una passione che costa molto meno delle moto. Poi a farci le gare, a mantenerlo, a svilupparlo ha un costo. Riguardo al tempo invece, lavorando, al massimo una volta alla settimana, poi di allenamenti ne posso fare pochi [mancano le piste nda] . Faccio più gare che allenamenti! Nel 2015: 24 giorni di gare e solo 6 di prove!». Queste piste proprio non s’hanno da fare in Umbria? «A dire il vero adesso c’è la proposta di riattivare il circuito a Trevi. Attualmente da quanto è messo male…non è per il kart è per il rally! Se ci vai ti si rovina tutto il telaio». E Magione? «Lì ci vogliono costruire una pista, c’è un progetto ma secondo me manca la volontà. Dopo funzionerebbe: io se avessi 2 milioni di euro ce li investirei! Quando vado in quello di Siena ogni giorno ci sono kart in pista che girano, e ognuno paga [e bene] per entrare». Che rapporto hai con il team? «Mi sono affiliato con il team 3DK di Bastia che esiste dagli anni ’70. Da solo non puoi andare da nessuna parte. E’ detto sport individuale, ma non lo è per niente. Devi essere minimo 2 o 3: pilota, preparatore dei motori e meccanico. Senza non riesci nemmeno a mettere il kart in pista.» Anche se sotto di te hai il motore è uno sport pesante, come ti alleni? Quali sono le tue sensazioni in pista? «Faccio degli allenamenti specifici in palestra con dei pesi come se simulassi il volante. Alcune parti del corpo sono sollecitate in pista (collo ad esempio) e agli ultimi giri quasi non ce la fai più [ovviamente va considerato che uno weekend impegna il pilota dai 2 ai 4 giorni di fila]. Quando corri con il caldo, la tuta diventa una stufa, a fine gara vedi giallo. Alla partenza senti tutta l’adrenalina, soprattutto quando parti davanti. Basta un errorino e butti il weekend. Il difficile è quando sei primo, devi mantenere il ritmo, non voltarti, non ci sono gli specchietti, senti gli altri solo con gli orecchi. Quasi preferisco quando parto dietro, ho meno da perdere” ed in quelle circostanze ha fatto le gare migliori…» Non è pericoloso a volte? «Quasi per niente, è consigliato per i bambini. Ci sono molte protezioni e prima di ogni gara i commissari sono molto rigidi in tema di sicurezza. Ci sono poi tutti dei progetti della federazione sulla guida sicura, pensa che da qualche anno se per esempio ti revocano la patente non puoi correre nemmeno in pista. Molti iniziano con i kart la loro carriera motoristica.» E di giovani promesse se ne vedono in pista, basti pensare a Hamilton e Rosberg, che si sono contesi il titolo F1 2015, che fino a pochi anni fa sfrecciavano nel campionato kart italiano. «Ci sono anche alcune donne. Devo dire che quelle poche che ci sono vanno molto forte. Ci tengono molto a vincere e nessuna si accontenta del secondo posto, anzi ci rimangono male.» Occhio a non farle arrabbiare quindi! Ti è mai capitato di vedere qualche scorrettezza alla Marquez? «No no assolutamente! Ostacolare è un gesto antisportivo anche se non c’è una regola che lo vieta. Se vado più piano di un altro lo faccio passare addirittura. Mi conviene anche, dato che poi mi rimetto in scia e provo a ripassarlo dopo. Poi ovviamente se è l’ultimo giro chiudi tutto ciò che puoi per vincere…Ad alti livelli le rivalità le inventano davanti alle telecamere, alla fine tutti sanno che fanno parte dello stesso circo…anche perché se ti vengo a sbattere rovino anche la mia di gara». Ed in fondo, vedendo sventolare la bandiera a scacchi, un augurio per il campionato di Angelo, perché alla fine chi ama lo sport rimane un po’ affascinato da questo, tanto frenetico quanto tranquillo, sperando che possa tenersi lontano da scandali e polemiche come ha fatto finora.

28/12/2015 12:11:55 Scritto da: Eva Giacchè

Cultura PIAZZA SAN FRANCESCO: UN LUOGO UNICO AL MONDO

  Uno dei siti più antichi quanto affascinanti della nostra cittadina è piazza San Francesco. Centro nevralgico del Borgo Inferiore, ebbe diversi nomi: Sodo dei frati, Prato dei frati, Piazza XII settembre 1860 ed infine Piazza San Francesco. Era il punto più esposto a pericoli dell'intero paese, visto il suo posizionamento fuori dalla cinta muraria. Questa stupenda piazza è conosciuta per la presenza di ben tre chiese. La più antica è la Chiesa di Santa Croce, inizialmente era presente una piccola chiesa chiamata di Santa Maria, aveva una struttura più piccola di quella attuale e divenne intorno al 1500, la sede dell'ospedale frattegiano. Nel 1610 su progetto dell'architetto Fracassini, si provvide al suo ampliamento. Verso la fine del secolo scorso è tornata a far mostra l'opera "La Deposizione dalla Croce" di Luca Signorelli, dopo un lungo intervento di restauro svoltosi a Roma. Questo dipinto, realizzato tra il 1515 ed il 1517, venne commissionato al cortonese Signorelli, dalla Confraternita di Santa Croce, con un compenso di ottantasei fiorini. L'edificio più maestoso invece è la Chiesa di San Francesco, edificata intorno al XIV secolo, su strutture gotiche. All'interno di questa chiesa si trovano tre piccole nicchie: una dedicata a Gesù Crocifisso e commissionata dai conti Ranieri, la seconda dedicata alla Madonna e la terza a San Rocco eretta nel 1527 durante la peste che funestò Fratta e i territori limitrofi. Successivamente venne edificato anche il convento; utilizzato dalla seconda metà del XIX secolo al 1968, come sede delle locali scuole medie. Nel 1975 l'intera struttura venne restaurata e dal 1979 ha sede il Centro socio-culturale San Francesco. La terza chiesa, la più piccola, è quella di San Bernardino, edificata al posto di un oratorio della Confraternita dei Disciplinati di Santa Maria Nuova. Secondo la tradizione nel 1426 San Bernardino vi fondò la Congregazione del Buon Gesù. La Chiesa venne però consacrata solo il 14 luglio 1556 dai vescovi di Città di Castello e Gubbio. Nel 1768 assunse l'odierna connotazione, i lavori vennero commissionati a Giovanni Tomassini su progetto del perugino Giuseppe Notari. Anche in questa struttura, seppur piccola, sono conservate diverse opere: il dipinto "La cena degli Apostoli" del frattegiano Muzio Flori, datato 1605; una statua di San Bernardino, scolpita nel legno, di grandezza naturale ,realizzata forse nel XVI secolo. Tra il 1615 ed il 1620 venne realizzato il campanile. Aveva sede nella Chiesa, la Congregazione di San Bernardino, amministratrice del Monte Frumentario e del Monte di Pietà dal 1719 al 1863. Nella parte meridionale della piazza sorge ancora la "porta della Caminella" o porta del Borgo Inferiore, costruita nel 1613, era il confine sud tra il territorio di Fratta e la strada che portava a Perugia. Sulla facciata interna vi era rappresentata un'immagine sacra, l'opera, purtroppo, non è giunta fino ai giorni nostri a causa di un incidente avvenuto durante dei lavori di restaurazione.

28/12/2015 11:58:13 Scritto da: Eva Giacchè

Cultura INCONTRO CON L'ARTISTA: MIRCO GUARDABASSI

Protagonista della nostra intervista è l' artista locale Mirco Guardabassi, che si è conquistato una fama di tutto rispetto in diversi paesi d'europa ed extraeuropei. So che hai iniziato ad appassionarti all'arte sin da piccolo. a che età hai mosso i primi passi verso questo mondo? «Ero molto piccolo in realtà, anche se poi nel corso del tempo il tipo di arte che faccio è mutato parecchio, soprattutto in seguito ad un incidente alla mano, che mi ha coinvolto nel periodo adolescenziale, e che ha segnato tutta la mia arte.» Hai avuto qualche maestro che ti ha seguito e aiutato lungo il tuo percorso? «No. Sono autodidatta. Non ho alcuna formazione accademica. Posso dire di essermi formato esclusivamente da solo.» C'è un artista più o meno celebre da cui hai tratto ispirazione, o a cui ti ispiri ancora oggi? «Molti. Mi piacciono svariati artisti, ma ho un debole per la “pop art” all'italiana: su tutti Mario Schifano. Le mie opere indubbiamente sanno un po' di “pop art”. La mia arte è stata condizionata da questi artisti, con l'aggiunta della “sutura”, che è tutta mia.» Di cosa si tratta esattamente? Potresti parlare un po' di queste suture e di come è nata l'idea? «L'incidente che mi ha coinvolto è stato fondamentale per la mia arte, come accennavo prima. Di quell'evento ricordo in maniera impressionante gli occhiali del chirurgo mentre mi stava facendo le suture. In quel momento ho cercato il più possibile di estraniarmi, di pensare ad altro. L'idea di trasformare tutto ciò in arte non mi è venuta immediatamente, l'ho dovuta rielaborare. Alcuni psicologi ci vedono anche qualcosa connesso alla sessuologia. Ma a mio avviso, ovviamente c'è molto di più. Quello che è certo è che si tratta di qualcosa di inconscio, a cui non sono in grado di fornire una spiegazione precisa.» Nella vita di tutti giorni, quindi a livello umano,  ritiene che in te prevalga la parte artistica, quindi più folle ed emotiva, o la parte razionale? «Agisco sempre molto istintivamente ed emotivamente. C'è sempre un pizzico di arte in tutto quello che faccio.» Con quali parole ti rivolgeresti a un ragazzo se volesse intraprendere la carriera di artista? Lo incoraggeresti o gliela sconsiglieresti? «Lo incoraggerei senz'altro. Trovo che l'arte sia fondamentale per esprimere se stessi. Il mio lavoro non ha niente a che fare con l'arte, eppure cerco di ritagliarmi sempre del tempo per creare.» Indubbiamente le tue creazioni hanno una forte identità propria, soprattutto per la non conformità con quello che si vede in giro. Quale credi sia il tuo punto di forza? «Direi il fatto che ci credo molto. Credo con tutto me stesso in quello che faccio. Qualsiasi persona può inventarsi un mondo proprio, una sua peculiarità, ma se non ha delle radici forti, una caratteristica che la contraddistingue e si ripresenta, tutto va a perdersi. Io sono anni che faccio queste suture, e sento che mi rappresentano sempre di più.» Si dice che le opere d'arte vadano interpretate  e che non esista una lettura oggettiva di queste. Vale anche per la tua arte? «Certamente si. Ognuno può vederci qualcosa di diverso. Io creo prima di tutto per me stesso, poi gli altri sono liberi di interpretare le mie opere in maniera del tutto soggettiva.» Le tue opere sono esposte in molte gallerie e musei in giro per l'italia, per l'Europa e persino in America. Dove credi di essere apprezzato di più? «Sicuramente all'estero. Ho fatto mostre in Brasile, a Manhattan... in varie parti del mondo.  Ancora oggi alcune persone ad esempio mi contattano da Cuba e dal Brasile, appunto.  Credo che noi stiamo vivendo una grossa perdita di valori. Dovremmo invece puntare molto di più sulle nostre capacità, approfondendo quella che è la nostra cultura e valorizzandola.» Quanto credi sia importante la creatività nella società?  «Credo sia fondamentale. Non solo nell'arte. La creatività è tutto ciò che deve spingerci a fare di più e ad andare avanti.»

28/12/2015 11:54:12 Scritto da: Eva Giacchè

Attualità » Primo piano UNA GRANDE FAMIGLIA

Liberté, Égalité, fraternité. Questi sono i valori su cui si fonda la repubblica francese. La Francia, una nazione che mostra  evidenti le ferite generate dall'odio. Un sentimento questo che viene alimentato dal  pregiudizio.  Se il diverso non venisse giudicato come sbagliato anzi  se ci fosse la volontà di conoscere ciò che è nuovo, che non fa parte della nostra ideologia, forse riusciremmo a mettere in pratica le parole del motto francese, ci sarebbe egualité, cioè uguaglianza ( che non significa essere tutti uguali,ma vuol dire avere tutti le stesse opportunità, gli stessi diritti) e di conseguenza non sarebbe difficile considerare l'altro come un fratello, allora forse episodi come quelli di Parigi non si verificherebbero perché ci sarebbe rispetto per il prossimo e non paura. La convivenza non sarebbe difficile se le diverse culture riuscissero ad integrarsi. La storia di Nadia Carini, nota parrucchiera umbertidese,  è un esempio di convivenza, di integrazione, di fratellanza. Tutto inizia sei anni fa quando  Abdou, un ragazzo mussulmano proveniente dal Senegal  arriva ad Umbertide in seguito ad un offerta di lavoro e diventa il vicino di casa di Nadia, una persona di religione cristiana cattolica, credente e praticante. «Il suo sguardo perso, impaurito, smarrito mi ha colpito fin da subito»,dice Nadia «allora gli ho chiesto se aveva bisogno di aiuto». Da quel momento le due vite si sono legate indissolubilmente. Da un saluto al pranzo, dal pranzo alla colazione insieme tutte le mattine  e infine la convivenza vera e propria sotto lo stesso tetto.  Pur avendo origini, cultura e religione diverse, Abdou è entrato a far parte della famiglia di Nadia, è diventato suo figlio e fratello dei suoi figli. La diversità non è stata un ostacolo alla convivenza perché sia Nadia che Abdou hanno saputo imparare dall'altro mantenendo però la propria identità. La famiglia ha condiviso tutto , momenti difficili ma anche belli infatti Nadia ci racconta che hanno sempre festeggiato tutto insieme sia feste senegalesi e mussulmane che cristiane. «Lui mi ha attaccato il crocifisso in casa, con lui ho sempre fatto l'albero e il presepe, quando nel periodo pasquale viene il parroco a benedire la casa lui apre anche la porta di camera sua, lui era presente a tutte le feste dei miei figli compleanni, cresima e comunione e noi siamo stati presenti alle ricorrenze sue» dice Nadia. Questo è lo spirito giusto.  Il rispetto prima di ogni cosa, rispetto per le tradizioni, le idee, le usanze ad esempio a natale Nadia, Abdou e gli altri della famiglia festeggiano mangiando cappelletti fatti senza la carne maiale. Due tradizioni che si uniscono grazie all'intelligenza di queste  persone che non fanno della diversità una guerra ma un incontro per migliorasi reciprocamente.  Non è sempre così purtroppo. Abdou ha subito discriminazioni dovute alla religione o al colore della pelle, la scelta di Nadia non è stata accettata o capita da tutti infatti ci racconta che «molte persone pensano che Abdou sia stato fortunato a trovare noi e che si approfitti, in realtà non è così. La fortuna è stata reciproca. Ogni volta che ho bisogno, posso contare su di lui, si prende cura di me, di mio marito e dei miei figli. Non chiede mai niente. Anzi, quando è nata sua figlia ,poco tempo fa, ha deciso di andare a vivere in un’altra casa per non approfittare di noi.»  Nadia e la sua famiglia hanno realizzato il sogno di Martin Luther King di vedere persone che stanno insieme senza dare importanza al colore della pelle o alla religione. La testimonianza di questa famiglia umbertidese ci insegna che il rispetto e l'apertura verso ciò che è diverso è solo fonte di arricchimento personale.  Non uno scontro quindi ma un incontro per crescere insieme.

28/12/2015 11:52:14 Scritto da: Eva Giacchè

Attualità » Primo piano GIULIETTA ANTOGNOLONI: UN SORRISO DI AMORE, UMILTÀ E RISPETTO

Dovessi ritrarre Giulietta Antognoloni alla maniera di Picasso, riunendo in un solo frammento tutto ciò che la caratterizza, disegnerei un grande sorriso, accogliente, positivo- nonostante tutto-  pennellate di rosso, a simboleggiare l'amore che nutre verso la sua famiglia, e punte di verde, come le sue origini, la terra, e la sua vulcanica voglia di fare e tenacia. Giulietta Antognoloni è a capo dell'Impresa Antognoloni Immobiliare srl, guida il progetto "Le terre di Pretone" che rivaluta la zona di Santa Maria di Sette di Montone. Ci illustra l'idea? «L'intenzione è di realizzare il progetto di mio papà Antonio; siamo proprietari di queste terre da più di cinquanta anni, e fin da subito la mia famiglia è riuscita a concretizzarvi un'abitazione, un genere alimentari, è una sala da ballo. Oggi il piano, che si estende per una superficie di circa 700 metri quadri, suddivisi in due piani, prevede un supermercato di qualità, una farmacia ed una parafarmacia, affiancati da un Infopoint riservato al Comune di Montone e alle sue Associazioni in maniera totalmente gratuita, una nuova edicola, un bar con gelateria e primi piatti, una profumeria ed una pasticceria con l'esclusivo servizio di wedding planning. Al piano superiore, invece, vi saranno ambulatori medici privati, alcuni negozi, tra cui uno che venderà accessori di lusso, un centro benessere, un coiffeur dotato di piccolo terrazzo con lo scopo di ricreare un ambiente più intimo, un salottino, ed un ristorante, anch’esso con un terrazzo di ben 250 metri quadrati, disponibile per feste e aperitivi. A questa zona, prettamente commerciale, si collega quella abitativa che conta un residence con piscina e due villette; in questo modo si viene a creare una zona completamente autonoma e autosufficiente, una nuova cittadella inserita ai piedi della bella Montone.» È indubbio che la sua figura rappresenti per la nostra comunità, soprattutto per quella femminile, un esempio di risolutezza e impegno costante; qual è stato il suo percorso per arrivare fin qui? E la sua filosofia per gestire al meglio l'impresa? «Prima di tutto sono la figlia dei miei genitori, Antonio e Palma, a cui devo tanto, se non tutto. Mi hanno educato a rispettare il prossimo e il lavoro di questo, ma soprattutto a porsi davanti a qualsiasi situazione con molta umiltà e capire che la vita è un continuo aggiornamento. A tutto ciò aggiungo gli insegnamenti pratici, ricevuti nel campo: grazie al corso di Marketing e Vendite frequentato nel 1991 e poi quelli compresi con ventiquattro anni come dirigente per le Risorse Umane della Società dei servizi sociali dell'Umbria. Questo mio percorso può essere dunque riassunto con poche parole: amore, rispetto e umiltà.» Questo suo attaccamento alla famiglia è evidente, anche solo guardando il marchio dell’ impresa viene fuori... «In ogni mio lavoro ho voluto valorizzare le origini, i valori in cui credo. Lo stemma, ottenuto grazie ad un lavoro di ricerca svolto su richiesta dall'Istituto araldico italiano di Roma, riproduce quello antico della mia famiglia. È un simbolo nuovo, originale e che mi rappresenta al meglio.» Navigando all'interno del sito della sua impresa, si è accolti dalla voce calda di Mario Biondi. Famiglia, lavoro e passioni possono essere conciliate? «Indubbiamente serve molta intelligenza e organizzazione, ma si può fare: la mia vita si divide fra i miei meravigliosi bambini, Antonio ed Emma, mio marito, il lavoro e la mia vena artistica, che mi spinge sempre a ricercare qualcosa di originale, di esclusivo; e spesse volte non c'è nemmeno bisogno di cercare, basta guardarsi intorno e aprire gli occhi alle cose più vere.»

28/12/2015 11:47:29 Scritto da: Eva Giacchè

Notizie » Editoriale

Dicembre è da sempre il mese preferito dai bambini che aspettano trepidanti l'arrivo di Babbo Natale e, soprattutto, dei suoi pacchetti colorati pronti da scartare. Un mese dall'atmosfera magica che ci accompagna verso il nuovo anno, a cavallo tra passato e futuro. Le vie della città addobbate a festa, le luci natalizie sui balconi, neve spray, decorazioni ad ogni angolo. Tutto ci ricorda l'imminente arrivo del Natale e delle sue tradizioni. Già, tradizione, perchè forse è proprio questo il regalo più grande che ci possiamo fare: un sano ritorno alla tradizione più genuina di questa festa. Non nel senso strettamente religioso, che implicherebbe una trattazione assai più ampia e a tratti polemica, ma nel chiaro e semplice ritorno all'atmosfera familiare che dovrebbe caratterizzare questa festa. Sfido chiunque a non ritrovare nella propria memoria, il gusto antico delle festività natalizie. Quelle usanze familiari che trasformavano la festa in un'occasione unica per riunire la famiglia e stare insieme. Tavole apparecchiate con il servizio delle occasioni, cibo in abbondanza (a chi non viene l'acquolina in bocca pensando ad un fumante piatto di cappelletti in brodo?) preparato rigorosamente a mano da tutte le donne della famiglia che mai come in questa occasione sfoggiano tutte le loro abilità culinarie. Pochi regali, niente eccessi, solo famiglia. Un Natale pieno di calore, quello degli affetti e della propria città che in questo periodo, forse perchè più bella ed agghindata, riscopriamo più come nostra. Questo il mio augurio più grande per i nostri lettori: un Natale sereno, tra una tombolata e l'altra, e soprattutto un nuovo anno ricco di positività, giustizia e benessere. Vi sembra banale? Io non chiedo altro. Buone Feste a tutti voi!

28/12/2015 11:44:44 Scritto da: Eva Giacchè

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