Cultura » Archivio della Memoria I fabbri della terra di Fratta

  Pubblichiamo uno studio del nostro collega Paolo Ippoliti, già scritto per il Gruppo Argeologico umbertidese. Con la curiosità e la capacità di analisi che lo contraddistingue, Paolo Ippoliti ci fa conoscere un pezzo di Fratta che ci rese celebri. "La Fratta era allora (1550) assai più conosciuta che oggi che si chiama Umbertide". Termina così, con la citazione un po' amara di uno storico perugino del suo tempo, il libro di Francesco Mavarelli "Dell’arte del fabbri della terra di Fratta". Una settantina di pagine, oggi assai rare, pubblicate nel 1901 a cura del prof. D. Augusto Vemarecci, amico del Mavarelli, dopo la scomparsa dello storico umbertidese.   "Nel borgo inferiore della Fratta dei Figli di Uberto (Umbertide) n'ori di porta romana, intorno alla antica chiesetta dedicata dapprima agli apostoli Pietro e Paolo, ampliata di poi e dedicata all'umile Poverello di Assisi, numerose sorgevano nel Medio Evo le officine dei fabbri ferrai; si che il borgo stesso aveva da essi preso il nome". Un nome famoso in AIto Tevere ed in tutta l'Umbria, fino in Toscana ed in Lazio: gli attrezzi e soprattutto le armi prodotte dagli antichi fabbri di Fratta avevano pochi rivali. Il Guerrini, nella sua "Storia della terra di Fratta" annotava infatti a suo tempo:" In questo luogo (attuale piazza S. Francesco) erano parecchie officine di preferenza dedicate all'arte fabbrile e specialmente alla fabbrica delle falci per tutta Italia rinomate e ai lavori di Artiglierie, per cui nel secolo XVI Angelo di Giovan Battista di Pieruccio Cortoni di questa Terra venne con somma onoranza impiegato in estere corti". E così la città veniva definita negli Statuti di Perugia: "Insigne oppidum Vulcani fabris celebre". Un marchio di garanzia.   LE ORIGINI E LE CAUSE   Si può stabilire approssimativamente, secondo il Mavarelli, l'epoca in cui cominciò a sorgere e a svilupparsi nella antica Umbertide l'arte dei fabbri: certo è che sul finire del XIII sec. essa doveva aver raggiunto un alto grado di perfezione se essi "poterono offrire l'opera loro per la costruzione delle cancellate della Fonte di S. Lorenzo (la Fontana Maggiore, ndr.)sempre cara come la pupilla degli occhi ai Rettori della comunità di Perugia". Comunque ll nostro storico pone tra il sec. XI e XIII (come ipotesi verosimile) gli inizi e quindi lo sviluppo di questa nobile arte. Sulle cause che ne favorirono la nascita "qualche luce viene recata alla questione dalla circostanza che il principiare di questa arte sembrerebbe potersi stabilire in quello stesso turno di tempo nel quale la Fratta, da umile agglomerato di casupole e di capanne, andava assumendo l'aspetto di una popolosa borgata, ove si tenevano frequenti ed importanti mercati all'ombra della Neve di S. Erasmo". Una popolosa borgata quindi che deve il suo accrescersi e la sua fama ai suoi fabbri, di pari passo con i territori posseduti e coltivati. E' in ultima analisi l'agricoltura, attività primaria dei frattigiani, il vero volano di tutto. Afferma il Mavarelli: "Le cause certe del suo svilupparsi (dell'arte fabbrile in connessione con l'attività agricola, ndr.) pensiamo fossero la naturale ubertosità del suolo; la sicurezza insita nella località stessa in forma di piccolo colle (...); la felice situazione centrale tra le città di Gubbio, Perugia, Castello e la più lontana Conona; il presentare facile accesso ai popoli vicini accorrenti per la compra e lo smercio (...); la costruzione del grandioso ponte sul Tevere (risale alla fine dell’VIII sec.) e la rarità di tali ponti (onde una più sentita affluenza di viandanti); la lontananza del feudatario (Marchese di Castiglione, Ugolino) e la vicinanza dell'Abbazia di Monte Acuto, poi di Monte Corona (...) che possedeva vastissimi territori, chiese e castelli". Una serie di circostanze che rendono la Fratta un centro popoloso e frequentato, in grado di produrre benessere per la popolazione che si sta addensando e che pratica, come sottolineano le cronache, una agricoltura intensiva e progredita. Gli uomini di questo Paese sono diligenti ingeniosi et soleciti et aveduti impero ché  il loro poco sito per il continuo exercitarlo lo fanno fruttare come larga campagna e luogo grandissimo... No hanno bestiame ne pasture. (Cipriano di Piccolpasso, sovrintendente alle fortezze di Perugia, tra il 1556 e il 1568). Un agricoltura che molto dipende dagli strumenti che i fabbri producono. Ed ecco allora le gomee, bivente, vanghe, zappe, cette, falcini picconi, maroncelle, cettarelle, falcioni grassi, ronche, falcini da potare, falcini a lunette, scorcini.   E dove i nostri fabbri acquistarono celebrità indiscussa in per tutta l'Italia centrale fu nella fabbricazione delle falci arcolte, campagnole e stese le quali avevano ovunque numerosi compratori e specialmente nel mercato di Roma, &ve a tutto il secolo XVI se ne inviavano 9 migliaia l'anno.   LA FRATTA PRODUTTRICE DI ARMI   Nel '500 la Fratta non era famosa solo per falci e marocelli, anzi: ben maggiore era la sua importanza in tutta l'Italia centrale (ma abbiamo visto che la fama si era sparsa anche all'estero) per la produzione di anni da fuoco e da taglio. Il Piccolpasso non manca di annotare: "qui si lavora benissimo d'archibugi et armi d'aste'. La misura di quel "benissimo" la offre l'ordinazione di ben 500 archibugi per la fortezza di Castel Sant'Angelo da parte del papa Paolo III; parte delle artiglierie di cui era naturalmente fornitissima la Rocca di Fratta furono dirottate dallo stesso papa a Perugia presso la costruenda Rocca Paolina, "già pricipiata (nel 1540 ndr.) da soli due anni e già in grado di essere munita". "E la celebrità dei nostri archibugi -scrive il Mavarelli- doveva essere ben nota al camerlengo della Chiesa Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora, il quale nel 1942 (...) imponeva alla Comunità (la Fratta, ndr.) di portare ogni anno in occasione della festa di Sant'Erasmo (la cui fiera aveva ottenuto l'esenzione dalle gabelle) tre archibugi nuovi da posta (...) al prefetto della Rocca Paolina.(...) Il cardinale d’ S. Agata Tiberio Crispo, creato legato dell'Umbria nel 1945 assolveva la Comunità dal pagare in avvenire il censo di tre archibugi da posta purché consegnasse subito tre archibugi da posta e altri 18 piccoli per munirne la Rocca di Castiglione del Lago la quale mancava di tali armi". Archibugi tanto rinomati da essere pretesi come tasse,quindi. Ma i fabbri della Fratta non eccellavano solo nelle armi da fuoco; ecco le "armi d'aste" che avevano "colpito" il già citato Piccolpasso: "pugnale, pugnaletto, quadrelletto a stilo di ferro o d'acciaio, spada, stoccho, coltella, scimitarra, lancia, spiedo, giannetta, serpentone, partigiana, parteggianette1 scaiatoio o dardi, scoppietti, balestre o archo, ronca da siepe, falcino, scorcino, mazza de ferro, de legno, bastone ferrato, pallotta de ferro, de piombo, de stagno, de bronzo, coltello più lungo d'uno sparmino, celata, celatina, mezza testa, cachielli da testa, elmetto, baviera, gozzalino, spallacci o maniche de mal glia o chorazza o chorazzina o corsaletto o panziera o vestitello de maglia o falda, cossali, schinieri o calze de mal glia o guanti de malglia".   LA CORPORAZIONE DEI FABBRI   Quando sorse la corporazione dei fabbri? Non si può rispondere con certezza, secondo il Mavarelli, a tale domanda. "Forse essa sorse con il principiare dell'arte stessa o per lo meno nella seconda metà del sec. XIII; certamente doveva essere già costruita prima del 1362, nel quale anno fu compilata la prima raccolta in volgare delle nostre leggi municipali". Le corporazioni medievali nacquero prima dei Comuni e di essi furono elementi costitutivi, esercitando una notevole influenza politica oltre che economica, tanto che spesso la costituzione interna del Comune somigliava a quella della corporazione. Considerata l'importanza della corporazione di fabbri alla Fratta, essa certamente non fu estranea allo sviluppo interno delle libertà municipali, pur essendo stato questo assai più lento che altrove "non avendo mai avuto la nostra Terra un' esistenza indipendente", poiché sempre stata nell'orbita perugina. Accanto a quella dei fabbri esistevano altre Otto corporazioni che il Mavarelli elenca: Merhanti; Spetiali e Merciarii; Calzolari; Sartori, Barbieri e Cimatori; Maestri del legname, de pietra et Muratori; Vasari, Pignattari e Bruscholaioli; Macellatori Albergatori Tavernari Panacuocoli Hortolani; Haratori de terrana Operai dell'arte de font e biffolci. La loro influenza politica si svolgeva direttamente nella amministrazione pubblica per mezzo dei loro rettori, i quali andavano al Consiglio. "Ai rettori, unitamente a 40 consiglieri, ai quattro defensori, ai tre sopra la guardia, al sindaco, camerlengo, cancelliere era affidata I' amministrazione della cosa pubblica". (Statuti di Fratta).   LA DECADENZA   Nella prima metà del XVII secolo, con il mutare delle condizioni sociali e politiche inizia la decadenza delle corporazioni, inclusa quella dei fabbri. Le sfere di influenza si restringono al puro ambito economico mercantile, mentre gabelle, lacci e laccioli, da cui la Fratta fu lungamente esente, da Perugia si abbattono sugli artigiani, violando secolari privilegi. A questo, per quanto riguarda la Fratta in modo particolare, va aggiunto l'assedio posto nel 1643 alla città dalle truppe di Ferdinando il di Toscana, assedio che portò alla distruzione, al saccheggio e all'incendio di tutte le "fabbriche" fuori delle mura della città. E' un momento più tragico di una decadenza lenta , ma continua, che vedrà il suo epilogo nel dicembre del 1801, quando papa Pio Vi! con un motu proprio abolirà tutte le corporazioni e le arti. Ma di tante di esse, compresa quella dei fabbri di Fratta, non era rimasto altro che il ricordo ARTIGIANI DI FRANA NEL 1744 "Ad onta della decadenza generale, quanto grande fosse il numero degli artefici fabbri, vasari e calzolari dimoranti entro la Terra nostra lo desumiamo da un elenco di coloro che furono colpiti nel 1744 dalla tassa del mancinato". (Mavarelli) Paolo Ippoliti

01/02/2014 15:08:18

Cultura » Archivio della Memoria Origini e sviluppo del cooperativismo ad Umbertide

Le società di cooperazione sono imprese gestite in comune che si prefiggono lo scopo di fornire agli stessi soci quei beni o servizi per il conseguimento dei quali sono sorte. Nel panorama italiano le prime cooperative nacquero alla fine dell' '800 e ben presto divennero componente fondamentale del tessuto economico e sociale del paese. Nel territorio umbro il processo di diffusione di questo tipo di imprese non tardò a concretizzarsi e anche ad Umbertide le società di cooperazione trovarono terreno fertile per radicarsi fino ad assumere il ruolo di primaria importanza  che rivestono oggi all'interno del contesto cittadino. Esistono varie tipologie di cooperative, nel nostro territorio dominano quelle inerenti alla produzione e lavorazione di prodotti agricoli e al commercio di beni di consumo. Ma come sono nate le cooperative ad Umbertide  e qual'era il panorama socio-economico negli anni in cui hanno cominciato a fare la loro comparsa?. Nei primi anni del XX sec. l'economia locale era essenzialmente basata sull'agricoltura, non avendo beneficiato di quel processo di modernizzazione iniziato alla fine dell' '800. Le uniche eccezioni erano rappresentate nel ramo artigianale da piccole imprese di tipo familiare o ditte individuali dedite alla falegnameria e alla produzione di laterizi. Nel complesso l'economia umbertidese agli inizi del '900 possedeva una dimensione esclusivamente locale e caratterizzata da un sostanziale immobilismo. Tale situazione si protrasse per circa un trentennio, al termine del quale si registra una lenta evoluzione del quadro economico del territorio con la nascita di nuove piccole imprese sempre legate alla produzione di laterizi.  La comparsa negli anni '30 di attività nell'ambito della ceramica e del ferro costituisce la premessa di un cauto sviluppo industriale che prenderà definitivamente il via soltanto negli anni '50.  La novità più rilevante di questi anni è l'apertura, risalente al 1926, dello stabilimento per la coltivazione e prima lavorazione del tabacco. Le origini di questo tipo di coltivazione ad Umbertide, risalgono alla fine dell'800; negli anni '30 la coltura del tabacco si impone definitivamente per poi subire un momentaneo arresto negli anni della seconda guerra mondiale. Dalla seconda metà degli anni '50, la coltivazione raggiungerà un livello di primo piano nell'intero panorama nazionale. Fin dall'inizio della sua attività, lo stabilimento di Umbertide si piazza al secondo posto per quantità di tabacco lavorato nella provincia di Perugia. La produzione non fece che aumentare nei decenni successivi e all'inizio degli anni '50 il settore del tabacco rappresentava la principale fonte di occupazione nel nostro territorio.   Si registrò un costante sviluppo fino agli anni'60, quando l'intero settore subì un significativo ridimensionamento dovuto all'imponente meccanizzazione con la conseguente diminuzione del personale e della concentrazione degli stabilimenti. Negli anni '70 si assisté a radicali trasformazioni che proiettarono l'industria del tabacco verso la dimensione più vicina alla realtà odierna; dalla fine del Monopolio di Stato per la coltivazione e prima lavorazione del tabacco scaturì la liberalizzazione delle fasi di produzione e dei rapporti di forza all'interno delle     fabbriche. Da questo mutato contesto anche ad Umbertide il settore del tabacco vide la nascita di cooperative e consorzi che continuano ancora oggi la loro attività.  Dal punto di vista politico, il primo ventennio del '900 fu un periodo nel quale cominciarono ad alterarsi gli equilibri esistenti con l'affermazione del partito socialista e la nascita delle prime associazioni di lavoratori finalizzate ad ottenere strumenti adatti a garantire l'emancipazione delle proprie condizioni di vita. Ma fu all'indomani del secondo conflitto mondiale che vennero a crearsi i presupposti ideali affinché il movimento cooperativo potesse affermarsi con maggior forza ad Umbertide, anche grazie alla nascita di strutture volte a tutelare i lavoratori non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e politico. Tra queste strutture ruolo di particolare importanza era rivestito dai molini popolari, attorno ai quali sin dal loro sorgere si era accentrata l'attenzione delle popolazioni agricole dell'Alto Tevere. La Cooperativa per il Molino di Umbertide nacque nel 1952 e da subito si registrò una considerevole partecipazione. Dopo appena un mese la società contava 2000 soci, con un capitale sottoscritto di 43 milioni di lire e una spesa complessiva di 66 milioni. L'afflusso di grano che i contadini decisero di affidare al Molino superava le più rosee aspettative e l'aumento della mole di lavoro richiese l'acquisizione di nuovi macchinari per far fronte a esigenze sempre più pressanti. All'inizio degli anni '60 si verificò il momento più difficile nella storia della Cooperativa umbertidese: l'indebitamento crebbe e la quantità di grano macinato diminuì drasticamente a seguito anche dell'abbandono delle campagne alla volta delle città industriali del Nord. Fu l'allora Presidente del Molino, Francesco Pierucci, a salvare la società dal fallimento; ottenuta la fiducia dei soci e delle stesse banche, riuscì a risanare la situazione economica e restituire credibilità all'impresa. Da allora il Molino divenne per la realtà umbertidese un efficiente complesso in grado di sviluppare iniziative non solo in campo agricolo ma anche industriale e commerciale. Il settore dell'agricoltura non fu il solo in cui le società di cooperazione recitarono un ruolo di fondamentale importanza nelle storia nazionale e locale; anche quello della produzione e distribuzione di beni di consumo fu profondamente toccato dal movimento e continua ad esserlo ancora oggi. Le origini della cooperazione di consumo devono essere collocate addirittura a metà del XIX° sec., con la comparsa dei primi spacci e magazzini il cui obiettivo era quello di comperare all'ingrosso oggetti di prima necessità per rivenderli ai soci al prezzo originale. Il consolidamento di questo settore del movimento cooperativo si registra tuttavia nell'immediato secondo dopo guerra, indissolubilmente legato al processo di ricostruzione economica, sociale e politica del paese. L'affermazione delle cooperative di consumo nel periodo post-bellico è motivata in gran parte dalla spontanea tendenza della popolazione a ricorrere all'impresa cooperativa per sfuggire alla disoccupazione, e è in questo contesto che nacquero i primi organismi di rappresentanza su scala nazionale e provinciale con il compito di organizzare le strategie più adatte a coordinare un movimento in continua crescita. Per quanto riguarda il territorio umbertidese, lo sviluppo delle cooperative di consumo seguì le stesse linee del resto della regione. G ià dal 1944 si assisté ad una forte ripresa del cooperativismo con la costituzione di alcune imprese quale la Cooperativa di consumo fra lavoratori di Perugia; in breve tempo anche ad Umbertide venne aperta la prima cooperativa di consumo. Nel 1946 l'Umbria contava 44 cooperative esistenti, tra cui quella umbertidese, per un totale a livello regionale di 30.000 soci. Gli anni '50 videro le cooperative attraversare un periodo di difficoltà dal quale si cercò di uscire tramite il compattamento dei numerosi spacci sparsi per tutta la regione. Tale lungo processo culminò nella creazione a metà degli anni '70 di Coop Umbria, della quale entrò a far parte anche la cooperativa di Umbertide. Furono poste allora le basi per conferire alle cooperative di consumo la struttura che possiedono oggi e che fa parte ormai da molti anni della quotidianità di numerose famiglie.   Gabriele Bianchi                                                                                

29/01/2014 11:40:03

Cultura » Archivio della Memoria Gli ebrei internati a Umbertide

Nella Giornata della Memoria pubblichiamo l'articolo del nostro collaboratore Mario Tosti. GLI INTERNATI AD UMBERTIDE NEGLI ANNI 1942 e 1943 Erano una quindicina gli ebrei internati nel nostro paese. Il professor Simonucci, insegnante di matematica e Ragioniere del Comune, li conosceva tutti. Per primo, a gennaio del ’42, era ca­pitato un ingegnere chimico, sui sessant’anni, di razza ebraica: Ingegner Professor Enrico Luftschitz. Ma lui non era internato. Non si è mai sa­pu­to il motivo del suo arrivo. A marzo si era stabilita in casa Vibi, in via Cibo 31, Elena Gnewkow, che a settembre era stata rag­giunta dalla figlia Dorotea Weber di 24 anni, apo­lide, protestante cristiana. Il mese successivo Emanuele Filiberto Bani, nella sua casa davanti alla stazione, aveva ospitato il dottor Kurt Rawitz. Era autunno pieno – il 16 novembre del ’42 – quando la famiglia Vitriol aveva preso alloggio nella casa Guardabassi in Via XX Settembre. Lui, Bartolomeo, 44 anni, era suddito slovacco internato; la moglie Margherita, 32 anni, infermiera; con loro la figlia tredicenne, Geltrude, detta “Settelingue”, da quanti idio­mi sapeva parlare. Erano arrivati in Italia agli inizi del ’40, dopo molte peripezie in Ungheria ed Austria. Da Na­poli, Bartolomeo voleva emi­grare negli Stati Uni­ti. Arrivava a pagare sessantamila lire – una for­tuna – per tre posti sulla nave italiana Vulcania, con destinazione Nuova York. Non gli era stato possibile partire. Era stato mandato ad Umbertide, dove si era messo a lavorare come orefice ed oro­logiaio. Vicino ai Vitriol, in casa del dottor Mario, abitava un’altra famiglia ebrea: i Ribnikar. Prima era venuto Adolfo, raggiunto poi dalla moglie Katinka e dal figlio Branko. A gennaio, all’albergo Capponi, erano comparsi i coniugi Rodolfo Berg ed Elisabetta Hammerling,. Destavano molti sospetti, come tutti quelli che arrivavano in paese, alimentati dal clima di complotto contro il regime creato dalla propaganda. Si diceva che fossero ame­ricani: lei alta, bellissima; lui un tracagnot­to. Andavano sempre verso il Corvatto, per appartarsi nel patollo del Tevere. Ma men­tre lei pescava, lui scompariva con una strana canna ed una borsa: la gente era convinta che fossero accessori di una radio ricetrasmittente nascosta lungo il fiume. Insomma, tutti sussurravano che fossero spie. Al Capponi era arrivato un tipo molto timido e religioso, Lam­berto Santini, giovane maestro di scuola elementare incaricato alle “Garibaldi”. Di lui si poteva dire tutto meno che fosse una persona misteriosa: buono come le caramelline di cui aveva piene le tasche e distribuiva a tutti; aperto come i libri stampati che cercava di insegnare a leggere. Nello stesso mese, aveva­no preso alloggio Isidoro Sapira, barbetta ca­prina, ed una croata: Caterina Spreiregen, originaria di Trieste. Erano molto riservati con quelli del posto, salvo andare spesso a veglia dall’Elena Boldrini, nella casa di fronte, nel vicolo di San Giovanni. La Clara [Klara Hackelson] era di Riga, impiegata all’Ambasciata russa a Roma. Era stata mandata dal podestà di Todi all’inizio di maggio. Donna molto bella, abitava a mezza strada della Piaggiola, nelle case della materassaia. Per vivere, dava qualche lezione di scuola. Doveva essere una comunista accanita; cercava di spiegarne la filosofia ad un ristretto gruppo di persone, fra le poche che, in gran segreto, avevano avuto il coraggio di parlare fra di loro del regime e delle prospettive, riunendosi segretamente nella casa di Adelmo Casi, in Via Ruggero Cane Ra­nieri. Con la sua statura, il portamento regale e riservato, i grandi boccoli color rame era al centro dell’attenzione e del desiderio di tutti gli uomini, giovani o meno giovani, che ne ammiravano le movenze quando passeggiava dalle parti della locanda della Ve­nanzia. Era l’oggetto misterioso. La gente, non conoscendone neppure il nome, l’aveva ribattezzata come Sonia. Si mormorava che fosse una spia. Qualcuno asseriva addirittura che fosse un uomo camuffato da donna; i più non ci credevano, perché un travestimento non poteva venire così bene. I Barbetti – Davide, il marito, con moglie e figlio – abitavano sopra la trattoria de ‘Ntonio de Ra­gno. Si diceva che lui fosse impiegato all’ambasciata inglese a Roma. Non davano confidenza; non si fidavano di nessuno. Ave­vano rapporti mol­to amichevoli solo con i Sapira. Vicino ai Barbetti, da Bruschi, abitava Giovanni Gerdol, insegnante di 45 anni, arrivato ad ottobre del ’42. Era di Lubiana. Proprio in quella città c’era Marcello Pucci, militare insieme con un altro compaesano, Brizio Ramaccioni, di grado superiore. Con qualche timbro su pezzi di carta firmati dal suo capo-amico, Marcello era riuscito a farsi assegnare l’incarico di scortare la moglie di Gerdol per farla ricongiungere al marito. Con una fava si erano presi due piccioni: lui era tornato a casa e Gerdol, che andava spesso a pescare alle Schioppe con Ribnicar, con l’arrivo della moglie aveva trovato meglio da fare. Ma per poco: alla fine di aprile ’43 la sua signora è ripartita, appena una settimana dopo il suo arrivo. Da Schiupitino c’era una ragazza ebrea. Era stata mandata dal Comune come sfollata, insieme con la figlia di sette anni. Parlava pochissimo l’italiano; era molto educata e riservata. Mario Tosti

27/01/2014 15:10:46

Cultura "IN TECHA" al Museo di Santa Croce di Umbertide

“IN TECHA” è il nuovo appuntamento con l'annuale mostra organizzata dalla Commissione e dall'Assessorato per le Pari Opportunità del Comune di Umbertide, che in questa edizione vede la collaborazione del Museo Civico di Santa Croce. Proprio il museo di Umbertide sarà la sede di una esposizione curata da Claudia Andreani che riguarda sei artisti accomunati dalla stesso percorso di studi, sei ragazzi provenienti dall'Accademia di Belle Arti di Perugia che hanno accolto la sfida di proporre sei opere studiate appositamente per questo spazio. Sono stati infatti offerti loro sei teche in vetro di uguali dimensioni entro le quali proporre e porre le proprie opere. Ognuno di loro ha quindi progettato ed elaborato un lavoro specifico per uno spazio specifico, definito e delimitato, entro il quale dover e poter esprimere un concetto, un'idea, un'opera personale. E ognuno di loro ha deciso di comunicare al pubblico e a suo modo un messaggio diverso nel rispetto di uguali limiti spaziali. I giovani artisti sono Camilla Spini, Simona Damiani, Alessandra Tescione, Letizia Cassetta, Federico Becchetti e Agata Kwiathowska. Ancora una volta, grazie all'arte, alla tecnica e all'espressione stilistica dei sei ragazzi, questa mostra vuole esprimere quel concetto di “IN”, inteso come “un disporsi all'interno di uno schema”, sia esso sociale e culturale. “IN” inteso come spazio comunicativo in cui ciascuno ha voce e libertà di forma espressiva. “IN” letto ed eletto ormai a simbolo delle Pari Opportunità, che questa volta ha voluto far parlare giovani menti creative. La mostra si svolgerà dal 1° febbraio al 9 marzo presso il Museo Civico di Santa Croce e sarà visitabile nei giorni di venerdì, sabato e domenica dalle 10,30 alle 13 e dalle 15 alle 17,30. L'inaugurazione della mostra si terrà sabato 1° febbraio alle ore 17,30; interverranno il sindaco Marco Locchi, l'assessore alle Pari Opportunità Simona Bellucci e la presidente della Commissione Pari Opportunità Carmen Ambra.  

24/01/2014 18:58:11

Cultura Uno spettacolo teatrale per la "Giornata della Memoria" ad Umbertide

Anche Umbertide torna a commemorare la Giornata della Memoria, istituita dal Parlamento italiano il 20 luglio 2000 per commemorare le vittime del nazismo, del fascismo e dell'Olocausto. Giovedì 30 gennaio, al Teatro dei Riuniti, alle ore 9 e alle ore 11, si terrà lo spettacolo “E per questo resisto. Voci e musiche per ricordare la Shoah” promosso da Comune di Umbertide e Teatro dei Riuniti, a cui prenderanno parte gli alunni della scuola media Mavarelli-Pascoli e dell'Istituto superiore Leonardo Da Vinci. Lo spettacolo racconta l'Olocausto attraverso le testimonianze di ragazze e ragazzi vissuti in luoghi diversi del Nord Europa che forniranno una traccia cronologica in grado di aiutare a ricostruire gli eventi storici dall'ascesa di Hitler alla Liberazione. Le musiche dal vivo dei Flexus, con Gianluca Magnani voce, chitarra acustica e chitarra elettrica, Daniele Brignone al basso e tastiere ed Enrico Sartori alla batteria e percussioni, composte appositamente per lo spettacolo, con un taglio rock incisivo ed emozionale, vengono cucite sopra e attorno al testo recitato, in un crescendo dal forte impatto emotivo; vengono inoltre rivisitati alcuni famosi brani di Fabrizio De Andrè e Italo Calvino. Ai brani letti ed interpretati da Alessia Canducci si intervallano momenti di interazione con il pubblico al quale l'attrice-narratrice pone interrogativi, soprattutto sul come sia potuto accadere che la gente comune della Germania e dei Paesi occupati sia rimasta indifferente alle discriminazioni razziali; diventano quindi inevitabili i parallelismi con la realtà di oggi, con i nostri pregiudizi e la paura del diverso. “Anche quest'anno il Comune di Umbertide ha voluto celebrare la Giornata della Memoria attraverso iniziative che non vogliono essere soltanto mere commemorazioni ma momenti di seria riflessione su quanto accaduto in un passato piuttosto recente – hanno dichiarato il sindaco Marco Locchi e l'assessore alla Cultura Stefania Bagnini – La memoria è un dovere a cui non possiamo sottrarci perché ricordare significa capire e vivere meglio il presente, riappropriandoci della nostra storia e delle nostre radici. E' per questo che, in occasione della Giornata della Memoria, abbiamo deciso di coinvolgere soprattutto gli studenti, perché i giovani hanno il diritto e il dovere di sapere per fare in modo che simili tragedie non accadano mai più”.

24/01/2014 11:45:14

Cultura » Archivio della Memoria Michele Conti non è più con noi

Le sue note e la sua sensibilità non ci accompagneranno più, lievi come la sua profonda umanità. Michele, Michele Conti, anche nella cattività ospedaliera e nella feroce aggressività di quella brutta bestia che aveva in corpo ha continuato, nel calvario della sofferenza nera e senza nome, ad essere Persona e a insegnarci ad essere Persona. Il Destino, Dio o il Nulla rapisce sempre chi ha dato di più e per questo lascia in noi viventi morituri un rinnovato acuto senso di colpa: perché restiamo. Così, all’altruismo e alla capacità di accogliere l’Altro, sempre e comunque, che caratterizzava Michele va dato corpo. La sua esperienza finale e l’esodo ultimo che ha sperimentato ci impegnano a rendere più lieve ed accompagnata la morte. Stefano, il fratello senza confini presente tutta la vita e nei giorni e nelle ore inghiottiti dal dolore, aveva scritto proprio un mese fa su queste pagine di “potenziare le cure palliative domiciliari e realizzare una struttura residenziale (hospice) dedicata a persone la cui malattia di base, caratterizzata da una inarrestabile evoluzione, non risponde più a trattamenti specifici”. E lo scriveva quando Michele stava camminando “dignitosamente verso il suo destino”. Questo vorremmo fare in nome di Michele e per le tante persone che vivono l’esodo finale in una inumana solitudine. Questo ci sentiamo offrire sommessamente ai suoi cari.  

23/01/2014 22:07:40

Ass.ne Informazione Locale
via Roma 99 06019 Umbertide (PG)
P.IVA 03031120540
Privacy Policy