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Interviste Erica Marcaccioli: io viaggio da sola

di Eva Giacchè Erica, prima di tutto, potresti presentarti ai nostri lettori? «Buongiorno, sono Erica Marcaccioli, nata e cresciuta ad Umbertide e da qualche anno “nomade” in giro per il mondo. Da circa un anno e mezzo vivo a Fano e lavoro a Pesaro in una multinazionale dove gestisco le spedizioni dei ricambi per determinate aree del mondo». Cosa ti ha spinta a viaggiare da sola e qual è stato il tuo primo viaggio? «Lasciare tutto per seguire letteralmente un sogno è stata una scelta molto difficile ed estremamente sofferta anche e soprattutto perché quasi tutti intorno a me mi dicevano che era una follia, che non ce l’avrei fatta, che era un errore madornale. Ed invece eccomi qui. Ho scelto di partire perché sentivo il bisogno di vedere con i miei occhi ciò che il mondo aveva da offrimi, volevo imparare una lingua nuova, subire lo shock culturale; ciò che vivevo non mi bastava più e non riuscivo ad accettare che la mia vita fosse confinata ed il mio percorso già segnato. Da li è maturata la mia decisone e il 26 maggio 2009  sono partita per l’Australia dove ho vissuto per circa due anni e mezzo. Senza ombra di dubbio questo è stato l’inizio di tutto». Quanti paesi hai visitato? E quale il quello in cui ti sei sentita più a casa? «Ho visitato molti paesi ma ne ho ancora tanti da vedere! Australia, Nuova Zelanda, Tasmania, Indonesia, Malesia, Giappone, Hong Kong, Cina, Stati Uniti, Emirati Arabi, Islanda, Giordania, Turchia e ovviamente Europa. E’ difficile dire in quale mi sia sentita più a casa ma sicuramente il paese in cui mi sono sentita più straniera è stata la Cina». Qual è stato il viaggio che più ti ha segnata e per quale motivo? «Ogni viaggio che compio, come ogni persona che incontro, lascia un segno indelebile e per questo faccio fatica ad indicane uno solo. La sensazione di meraviglia che ho provato ammirando Petra in Giordania, gli iceberg blu in Islanda, i templi in Giappone, la città degli Hobbit in Nuova Zelanda e  tutte le altre meraviglie che ho avuto l’occasione di vedere non può essere descritta a parole». Cosa non può mancare nella tua valigia? «Sicuramente non può mancare il mio telefono con cui faccio migliaia di foto e video, e un power bank nel caso si scaricasse!» C'è un esperienza, un luogo che è rimasta particolarmente impressa nei tuoi ricordi? «Un luogo che mi ha colpito profondamente è stato Il monumento ai bambini e il memoriale nazionale della pace di Hiroshima per le vittime della bomba atomica. E’ un luogo molto toccante e di profonda riflessione dove regna un silenzio pesante e surreale. Il monumento è stato realizzato per commemorare i bambini vittime della bomba atomica è ricoperto di ghirlande colorate composte da tanti piccoli origami a forma di gru. Il memoriale, invece, è un percorso che conduce ad una grande stanza circolare sotterranea nelle cui pareti è riprodotto il panorama della città dopo il bombardamento, visto dal punto zero (punto dove è esplosa la bomba). Le pareti sono rivestite con 140.000 piastrelle simboleggianti il numero di vittime presunte alla fine del 1945». Non ti sei mai sentita in pericolo? «In verità no. Evito sempre situazioni o luoghi che potrebbero risultare rischiose in determinati contesti». Quale meta consiglieresti alle donne che viaggiano in solitaria? «Molto dipende dallo spirito con cui si viaggia e dalla capacità di adattarsi di ogni persona. Personalmente eviterei determinati paesi ma conosco molte ragazze che li hanno visitati senza alcun problema».   Per te il viaggio è... «Uno strumento per guardare il mondo con occhi diversi, un percorso che ti trasforma e che ti mette costantemente alla prova». Quali le tue prossime destinazioni? «Ancora non so di preciso quale sarà la mia prossima meta ma sicuramente sarà in inverno in un posto al caldo. Mi attirano molto la Birmania, Lo Sri Lanka e Cuba ma ancora è tutto da decidere». Svelaci una curiosità: quanti soldi ci vogliono per viaggiare tanto come te?  «Molta gente mi dice “ sei fortunata a fare tutti questi viaggi” e la cosa mi fa veramente arrabbiare. Fortuna  per me è giocare 5 numeri a caso e sbancare il superenalotto. I miei viaggi, invece, sono frutto di una ponderata valutazione e di rinunce. E’ vero che viaggiare non è economico ma nemmeno necessariamente costoso».

07/09/2018 16:53:07 Scritto da: Eva Giacchè

Interviste Whistleblowing: Andrea Franzoso, il “disobbediente”.

Ho avuto modo di conoscere Andrea Franzoso ad Urbino, due anni fa, in occasione di un corso organizzato presso l’Università degli Studi “Carlo Bo”. Uno di quegli incontri che ti segnano, che hanno la capacità di farti riflettere, di suscitare domande e riflessioni. La vicenda di Andrea, la sua testimonianza e le sue parole trasudano bellezza e trasparenza: la trasparenza di chi ha avuto il coraggio di esporsi, la bellezza del messaggio trasmesso. Forse è la stima per quest’uomo a battere i primi caratteri di quest’articolo, ma le sue vicende non possono che gravitare attorno al suo spessore morale. Andrea Franzoso è uno dei primi whistleblowers italiani. L’ho chiamata “whistleblower”: come tradurrebbe, in italiano, questa parola? Purtroppo non esiste, nella nostra lingua, un termine semanticamente equivalente al termine inglese “whistleblower” (nome composto dal verbo to blow, soffiare, e da whistle, fischietto), che letteralmente significa “soffiatore nel fischietto”. Come l'arbitro o il guardalinee che, sul campo da calcio, fischia per segnare un fallo e fermare il gioco sporco, il whistleblower è quel lavoratore che, invece di farsi gli affari suoi, segnala alle autorità competenti un presunto fatto illecito di cui sia venuto a conoscenza in ragione del suo rapporto di lavoro. Purtroppo, per molti nostri connazionali non è altro che uno “spione”. Sono, infatti, quasi tutti negativi i termini o le espressioni con cui lo descriviamo in italiano: delatore, spia, talpa, gola profonda, infame... Ciò rivela una nostra tara culturale: la lingua riflette la lingua dei parlanti e se non esiste una parola vuol dire che quella condotta non è così comune o significativa. Se, poi, vengono addirittura usate parole con accezione negativa, be', allora significa che chi denuncia ciò che non va non ci sta molto simpatico. D'altra parte, fin da piccoli cresciamo con l'adagio che “Chi fa la spia non è figlio di Maria”. In italiano esiste, al contrario la parola omertà, assente in altre lingue. Tutto ciò vorrà ben dire qualcosa, no? Non lamentiamoci, poi, del fatto che in Italia non ci sia un'etica pubblica... Il 29 Dicembre scorso è entrata in vigore una legge che tutela i whistleblower: che ne pensa? Grazie alla legge 179/2017, entrata in vigore il 29 dicembre scorso, chi denuncia fatti illeciti sul luogo di lavoro non potrà più essere sanzionato, demansionato, trasferito o licenziato. Insomma, niente più ritorsioni o discriminazioni. Almeno sulla carta, poiché ci sono infiniti modi per far terra bruciata attorno a una persona. Basta che i colleghi non gli rivolgano più la parola o che non si siedano più al tavolo con lui a mensa, per esempio. E qui la legge non può farci nulla. Guardiamo, però, al bicchiere mezzo pieno: è sicuramente un passo in avanti, in un processo che è anzitutto culturale. La legge recentemente approvata pone in capo al datore di lavoro l'onere di dimostrare che l'eventuale trasferimento o licenziamento di un dipendente non sia conseguenza della sua segnalazione di irregolarità. Ci sono grosse differenze fra settore pubblico e privato. Nel primo caso, la legge introduce alcune sanzioni pecuniarie, per esempio per punire chi si renda responsabile di atti ritorsivi ai danni di un lavoratore. Quest'ultimo, poi, ha diversi canali di segnalazione - sia interni (può rivolgersi al responsabile prevenzione della corruzione) sia esterni all'ente presso cui lavora (Autorità Giudiziaria, Corte dei Conti, Anac). Nelle aziende private, invece, i canali di segnalazione sono soltanto interni e non sono previste sanzioni a carico del datore di lavoro che discrimini un whistleblower. Quel che è peggio, però, è che non tutti i lavoratori del settore privato potranno beneficiare di questo strumento: il sistema di whistleblowing è stato infatti inserito nei modelli organizzativi per la prevenzione di reati previsti dal decreto legislativo 231/2001, la cui adozione da parte delle aziende è facoltativa! Solo le aziende di medio-grandi dimensioni li adottano: sappiamo, però, che il tessuto economico-produttivo del nostro Paese è costituito da piccole aziende, i cui lavoratori sono dunque ancora oggi privi di canali protetti per segnalare irregolarità. Un'altra lacuna è la mancata previsione di un fondo di ristoro, per sostenere le spese - in primis quelle legali - di cui un whistleblower potrebbe trovarsi costretto a farsi carico. Che lavoro faceva quando decise di “soffiare il fischietto”? Lavoravo in Ferrovie Nord Milano, un'azienda a controllo pubblico di cui Regione Lombardia detiene il 57,57% del capitale azionario. Lavoravo per l'Organismo di Vigilanza: in altre parole, dovevo prevenire che l'azienda commettesse reati a suo interesse e vantaggio. Un giorno ho scoperto che a commettere reati era nientepopodimenoche...il presidente (!), il capo dell'azienda, e lo faceva impunemente, a detrimento del patrimonio aziendale. Cosa scoprì? Scoprii che rubava. Rubava soldi dell'azienda. Il fatto è che non rubava di nascosto, ma chiedeva dei rimborsi che non gli erano dovuti. Ci racconti qualcosa di più. Con la carta di credito aziendale comperava davvero di tutto, per sé e la sua famiglia. Faceva la spesa al supermercato, si comperava abiti firmati, faceva cene eleganti o trascorreva serate in locali notturni (indimenticabili i 900 euro spesi in una sola serata al Twiga di Marina di Pietrasanta, il locale di Flavio Briatore), pagava viaggi e vacanze per i figli, acquistava prodotti di elettronica, profumi, articoli per la casa. pagò persino la toelettatura del cane, il poker online, l'abbonamento a Sky e i film porno. Tutto coi soldi di noi contribuenti. Non solo: aveva persino dato una delle auto aziendali, una bella Bmw di grossa cilindrata, a uno dei suoi figli, con tanto di carta carburante e telepass. Viaggiava a spese di Ferrovie Nord, che provvedeva persino a pagare le multe che prendeva. Non proprio quattro spiccioli, visto che in soli quattro anni accumulò multe per oltre 180mila euro. L'elenco delle spese folli è sterminato: ci sono anche gli oltre 124mila euro di bollette per traffico telefonico e internet dei cellulari aziendali che aveva consegnato a sua moglie e ai suoi figli. Devo continuare? Anche adesso, a distanza di tempo, elencando queste spese – che ammontano a circa mezzo milione di euro – la rabbia monta come il latte. Le sue truffe erano aggravate dai doppi rimborsi: pagava prima con la carta di credito e poi si faceva consegnare gli scontrini e li dava ai contabili per avere anche il contante. Insomma: lo stesso bene se lo faceva pagare due volte. Per esempio le scarpe Hogan da 330 euro, che Ferrovie pagò 660 euro. Tante persone sapevano: le segretarie, i contabili, il direttore amministrativo, ma tacevano. Più per opportunismo che per paura, credo. Quando è accaduto? Tre anni fa. Ho presentato la mia denuncia il 10 febbraio 2015, le indagini sono durate tre mesi e il 18 maggio 2015 i carabinieri hanno notificato a Norberto Achille – questo il nome del mio ex presidente – un avviso di garanzia e una misura interdittiva. Quali sono stati i passaggi precedenti alla denuncia? Per prima cosa, segnalai le ruberie del presidente all'interno dell'azienda. Mi resi subito conto della gravità della situazione e decisi che avrei posto fine a quelle ruberie. Ma mi dissero: Lascia stare. Ci fu chi mi consigliò di utilizzare quelle informazioni a mio vantaggio, per ricattare il presidente. L'allora capo del collegio sindacale mi prospettò una brillante carriera, una promozione a dirigente. Come contropartita, avrei dovuto ammorbidire il report, aggiustare le carte, eliminare gli allegati con le diverse voci di spesa folli. Dissi di no e decisi di andare dai carabinieri per denunciare il mio presidente. Quando prese la decisione di esporsi? Quando capii che all'interno dell'azienda c'era la volontà di aggiustare le carte e di insabbiare lo scandalo, allora ho deciso di andare dai carabinieri. Non ebbi alcuna esitazione. Davanti a me avevo due strade: esposto anonimo o denuncia con nome e cognome. Ho scelto di metterci la faccia e di denunciare il mio presidente. È stata una decisione presa in totale autonomia? Glielo chiedo, perché credo si tratti di una situazione delicata da gestire, soprattutto dal punto di vista emotivo. È una decisione che ho preso in piena autonomia. A farmi scattare come una molla è stata l'indignazione, la rabbia che montò come il latte, di fronte a quelle ruberie, a quell'ingiustizia perpetrata sotto gli occhi di tutti. Non mi sono consultato con nessuno, l'unico con cui ne parlai – dopo che decisi di denunciare - fu un mio collega, a cui proposi di venire assieme a me dai carabinieri. Lui non venne, ma fu un testimone chiave, importantissimo, nelle indagini. La reazione dell’ambiente del suo allora posto di lavoro? Una reazione opportunistica. In un primo momento in molti vennero a complimentarsi con me, a battermi il cinque, ad abbracciarmi...: ciò avvenne il giorno in cui i carabinieri notificarono gli avvisi di garanzia e il mio ex presidente finì sotto inchiesta e fu costretto a dimettersi perché raggiunto da misura interdittiva firmata dal gip. I primi ad affrettarsi a sbandierare la loro solidarietà furono soprattutto quelli con la coda di paglia, come la segretaria del presidente, etc. Le stesse persone che, di lì a qualche giorno, quando arrivarono i nuovi vertici aziendali ed io fui dapprima isolato e poi trasferito, mi voltarono le spalle. A mensa quasi più nessuno si sedeva al tavolo con me. Alcuni mi davano appuntamento fuori dall'azienda, per non farsi vedere insieme a me. E la sua famiglia? I miei genitori all'inizio non compresero la mia scelta. O meglio, la compresero, ma ne ebbero paura. Ebbero timore per le conseguenze negative che avrei subito. Si sentirono quasi in colpa per avermi dato un'educazione che, apparentemente, era causa della mia rovina e mi rendeva marginale. Papà è disincantato e rassegnato: "Tanto non serve a niente! Tu perderai il lavoro e a quei farabutti non succederà niente. L'Italia è il paese dei furbi, non degli onesti. Se vuoi vivere onestamente, qui, hai vita dura. Piglia su le tue cose e vattene via, vattene in Inghilterra, vattene in Canada, ma non restare qui". Ecco ciò che mi disse, carico di sofferenza. Oggi la pensa diversamente ed è più sereno, perché mi vede felice e poi ho trovato un nuovo lavoro. Nobili azioni, le sue, che le hanno portato “in dote” conseguenze non indifferenti sul piano lavorativo. Per più di un anno sono rimasto disoccupato. In quel peroodo, ho scritto un libro (Il Disobbediente, PaperFIRST 2017, Prefazione di Gian Antonio Stella, Postfazione di Raffaele Cantone) che tratta appunto di questa vicenda. 2Un libro contro la paura”, lo ha definito la giornalista Milena Gabanelli. Sì, perché ciò che è successo a me, è successo a molti altri in passato, accede oggi e avverrà domani: a tutti capita di trovarsi di fronte a un dilemma etico. Che fare? Salvare la propria carriera o la propria coscienza? Io ho scelto quest'ultima, per preservare la mia dignità e continuare ad essere una persona libera. Oggi ho un nuovo lavoro: sono autore di Loft, società di produzione televisiva del Gruppo Editoriale Il Fatto Quotidiano. Le sue qualità morali, però, alla fine sono state “premiate”.  Sì, è partita successivamente alla mia denuncia un'indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Milano ed il 24 ottobre 2017 si è concluso il processo di primo grado, con una condanna a 2 anni e 8 mesi di carcere per peculato e truffa aggravata. Infine, ha restituito il maltolto. Quanto a me, oggi ho un nuovo lavoro: sono autore a Loft, la società di produzione televisiva del Fatto Quotidiano. Il rapporto tra corruzione e libertà secondo Andrea Franzoso: Come dice la parola in sé, "corruzione" indica uno scadimento, il passaggio da una sostanza a un'altra peggiore. Si parla di corruzione quando un pubblico ufficiale riceve denaro o altre utilità per compiere un atto contrario alle proprie funzioni. La corruzione non nasce, però, nel momento in cui avviene questo scambio illecito, ma molto prima: nasce nello sguardo, nel modo di pensare della persona corrotta, nel modo di guardare le persone di fronte a sé. Le faccio un esempio riferendomi alla vicenda Ferrovie Nord. Un giorno, il mio ex presidente, al quale ero andato a chiedere conto di alcune spese folli relative all'acquisto di quadri antichi finiti in dono all'ex presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni, mi disse: "Tutti i regali servono per ottenere qualcosa. Anche tu - aggiunse, con un sorriso malizioso - quando fai un regalo alla tua ragazza lo fai per ottenere qualcosa. Perché vuoi portartela a letto. Poi arriva uno che ha più soldi di te, le fa un regalo più bello e se la porta via". E concluse: "E' una logica generale". Da questo discorso farneticante ho capito che per alcune persone non esiste la gratuità, non esistono regali fatti semplicemente per amore, per rendere felice la persona amata, per far qualcosa di bello per lei. Vedono il proprio prossimo con l'etichetta del prezzo tatuata addosso. Tutto si può comperare, per "loro". Tutto ha un prezzo. E dove c'è prezzo non c'è dignità, ma schiavitù. Non ci può essere libertà dove tutto si può comprare, come in un atto magico, in cui si può "produrre" una certa condotta in un'altra persona, che risponde dunque al volere altrui.  La corruzione distrugge l'integrità della persona, la scinde, la duplica, la triplica fino a frantumarla. La corruzione rende  schiavi del denaro e del più vile opportunismo. "La corruzione spuzza" ha detto papa Francesco con un'espressione molto efficace: sì, puzza di tanfo, di marciume. E ricordiamocelo: "il corrotto dà pane sporco ai suoi figli".  Il sentimento predominante in Andrea Franzoso ad oggi?  Serenità, so di aver fatto la cosa giusta e ne sono felice. Un domani, se avrò un figlio, potrò guardarlo negli occhi.

01/06/2018 18:15:36 Scritto da: Eva Giacchè

Interviste Matteo Baldelli: professione commercialista

Continuiamo il nostro ciclo di interviste ai professionisti del nostro territorio. Abbiamo già conosciuto il Dott. Matteo Baldelli nelle pagine del nostro giornale come presidente Aimet, ma la sua attività principale resta la professione di commercialista che esercita da diversi anni. Come ha iniziato il suo percorso? Ho aperto lo studio nel 2009, partendo da zero. Ma quella di sei anni fa è stata soltanto la conclusione di un percorso cominciato nel 2005 con la laurea magistrale in economia e commercio, seguita da anni di pratica e dall'esame di stato per l'abilitazione. È appena finita la maratona estiva delle dichiarazione dei redditi, periodo intenso per i commercialisti. Si, l'estate è un concentrato di scadenze. Per esperienza posso dire che gestirle al meglio significa tutelare il contribuente in tutte le fasi, non solo quella dichiarativa. Io analizzo con anticipo la situazione del cliente, professionista o imprenditore che sia, valuto l'andamento dell'attività, lo informo e consiglio sulle conseguenze di determinate scelte. È fondamentale non arrivare all'ultimo momento impreparati e magari con delle cifre importanti da dover pagare. Qual è secondo lei la difficoltà maggiore della sua professione? La mancanza di certezza del diritto. Le regole sono in continuo cambiamento, spesso create su esigenze erariali, più che sulla base della logica dell'attività di impresa. Sarebbe meglio avere poche norme, semplici e precise, piuttosto che mille regole con altrettante interpretazioni che servono sono a far regnare il caos in materia fiscale. È tutto il meccanismo che andrebbe riformato. E poi ci sono tanti inutili adempimenti burocratici che andrebbero eliminati. Sono soltanto un costo, sia per i contribuenti che per lo Stato. Specializzazione o generalizzazione. Come può un professionista rispondere alle esigenze della clientela? Una visione generalista è necessaria per riuscire ad inquadrare le varie questioni. Non si può rispondere ad esempio ad un problema di natura fiscale senza conoscere le implicazioni a livello societario oppure sul tema del lavoro. Allo stesso tempo non si può avere una conoscenza dettagliata di ogni argomento e quindi ci si deve avvalere della collaborazione di altri professionisti. Con me lavora mio fratello Marco. È giovane ma già molto titolato: una laurea in economia aziendale, una in consulenza giuridica e aziendale, il praticantato e poi un Master in gestione del personale e un Master in contenzioso con il lavoratore. Ha completato il suo ricco percorso di studi con l'esame di stato per l'abilitazione a consulente del lavoro. Non si occupa solo di paghe, contrattualistica e consulenza del lavoro, ma anche di gestione del personale per le aziende, budget del lavoro e transazioni sindacali. Il cliente che entra nello studio deve uscire con delle risposte chiare e precise, sotto tutti i punti di vista. Per questo ci avvaliamo anche della collaborazione di due avvocati, Carlo Smargiassi e Raffaela Violini.   In un'epoca in cui la comunicazione è alla base di tutto, come può uno studio di una realtà come Umbertide stare al passo con i tempi? Proprio grazie ai mezzi di comunicazione riusciamo ad avere un rapporto stretto e costante con il cliente. Comunicazione diretta con E-mail, e poi un profilo Facebook dove riportiamo scadenze e analisi delle tematiche del momento. Siamo uno studio giovane e dinamico, con i nostri clienti comunichiamo anche attraverso whatsapp. Ma noi non siamo una realtà virtuale e per venire incontro alle esigenze dei clienti ci siamo trasferiti in una sede più adeguata presso il Centro commerciale Fratta.   Come si gestiscono i cambiamenti in un'epoca in continua evoluzione normativa? Il nostro studio è attento a capire l'evoluzione delle regole che disciplinano l'andamento delle aziende. Non si può pensare di consigliare il cliente senza essere attenti alle prospettive future, anche in considerazione di un contesto in continua evoluzione. La crisi ha portato ad una rottura con il passato, le aziende devono occuparsi di aspetti nuovi, che prima non rappresentavano un problema, e devono avere gli strumenti necessari per prendere le decisioni più opportune. Proprio per questo l'aggiornamento rappresenta una costante dello studio che punta sempre di più a svolgere la funzione di costola dell'azienda ma esternalizzato dalla stessa. L'obiettivo è quello di creare uno strumento di qualità al servizio dell'imprenditore che riduca i costi rispetto ad un ufficio interno. Molto spesso arrivano da noi clienti che si sono rivolti - magari con la speranza di risparmiare - ad associazioni o centri di elaborazione dati e che poi si trovano davanti a seri problemi causati dalla mancanza di professionalità e di aggiornamento. Siamo in un'epoca che ci impone di considerare il problema sotto tutti i punti di vista. Per fare questo occorrono professionisti con differenti profili, specializzazioni e competenze uniti da un comune interesse: fare il bene dell'azienda.  

14/10/2015 10:52:53

Interviste Giuseppe Serafini: alla scoperta dell'investigazione digitale

I sistemi informatici supportano ogni aspetto della nostra esistenza. Ecco perché anche in ambito forense, l'informatica necessita di una nuova e specifica attenzione. A questo proposito intervistiamo Giuseppe Serafini, esperto in computer forensics.  R: Siamo con l’avvocato Giuseppe Serafini, esperto in computer forensics. Allora Giuseppe dicci che cos’è computer forensics S: Computer forensics o digital forensics è un termine inglese che si traduce con l'espressione investigazione digitale. Si tratta di una scienza di recente formazione che si occupa dell'individuazione di evidenze digitali ovvero di prove all'interno di sistemi elettronici di varia natura. Il 90% delle attività umane passa attraverso sistemi elettronici di elaborazione. Si pensi all'uso continuo dei computer, al fatto che uscendo di casa veniamo continuamente ripresi da sistemi di video protezione installati da negozi o banche, ai nostri dati sanitari che vengono archiviati in supporti digitali e alle banche che ci consentono di effettuare pagamenti con strumenti elettronici. Di tutte queste evidenze digitali si potrebbe aver bisogno nel caso in cui un'autorità giudiziaria ci richiedesse di provarle nel corso di un procedimento. Ed è proprio qui che interviene la computer forensics poichè il suo ruolo è proprio quello di individuare, conservare, proteggere, estrarre, documentare e presentare queste prove digitali alle autorità. R: Senti Giuseppe ma qual è il grado di consapevolezza delle aziende italiane rispetto al fenomeno del cyber crime, sono ben strutturate, sono protette, oppure no? S: L'esperienza che mi vede operare nei confronti di numerose imprese anche come Data Protection Officer, mi porta a rispondere negativamente a questa domanda. Se pensiamo alla sicurezza informatica come ad un processo che implica una sicurezza fisica, logica, organizzativa e legale, scopriamo che questo processo è soltanto parzialmente attuato nella maggior parte delle imprese italiane. C’è un’attenzione minima a quello che la legge rende obbligatorio in termini di attuazione di misure minime di sicurezza, per cui capita spesso di trovare società che hanno implementato soluzioni antivirus, antispam e firewall, ma il passo successivo che consiste nel costruire attorno alla soluzione tecnologica una sensibilità e un'organizzazione adeguate difficilmente trova riscontro nella realtà operativa. Si pensa purtroppo ancora che la soluzione da sola sia sufficiente a preservare l’impresa dal rischio collegato al fenomeno del cyber crime, ma così non è: oltre agli strumenti occorrono persone che li sappiano usare e soprattutto implementare. R: Il datore di lavoro è comunque responsabile rispetto all’utilizzo che il suo dipendente fa degli strumenti informatici, ma come può fare in modo che l’utilizzo sia corretto senza invadere i confini della privacy del dipendente? S: Il tema del controllo a distanza sull'operato del personale dipendente attraverso le nuove tecnologie è molto ampio e dibattuto dal punto di vista legislativo, giurisprudenziale e dottrinale. Da una parte lo strumento elettronico è uno strumento di proprietà dell’imprenditore o dell’azienda che viene messo a disposizione del dipendente per lo svolgimento di un’attività lavorativa. Accade, purtroppo spesso, che il dipendente con quello strumento non sempre lavori soltanto. Si pone quindi il problema di come il datore di lavoro possa verificare gli inadempimenti del dipendente mediante strumenti che in ipotesi consentano il controllo a distanza del dipendente, violando così l’articolo 4 dello statuto dei lavoratori. Se il dipendente delinque però, è evidente che in quel momento non sta lavorando: quindi è soggetto all’attività di prevenzione come qualsiasi altro cittadino e non si può applicare l’articolo 4 comma II dello statuto dei lavoratori in quanto il divieto di controllo è circoscritto allo svolgimento dell'attività lavorativa. L’autorità ha prescritto misure specifiche su come lo strumento deve essere concesso in uso al dipendente e su come possano essere inibite determinate attività. Il caso più tipico è quello della navigazione in internet per la quale è previsto  l’obbligo di predeterminare white list e black list, cioè siti,applicazioni o soluzioni che si possono usare o non. E’ chiaro che la violazione di una di queste prescrizioni fa sì che siano generati dei segnali di allerta dinnanzi ai quali il datore può reagire nel rispetto degli accordi sindacali. Un'ulteriore questione da affrontare è come agire nel caso in cui siano da accertare condotte illecite, ovvero penalmente o civilmente rilevanti, da parte del dipendente. A quel punto il ricorso alle autorità di pubblica sicurezza è senz’altro utilissimo, vi è però la possibilità, recentemente introdotta nel nostro ordinamento dalla legge sulle investigazioni difensive, di conferire mandato ad un avvocato affinché nell’ipotesi in cui si verifichi, o possa verificarsi un crimine, lo stesso possa precostituire,mediante attività investigativa dedicata anche digitale, prove che facciano risultare il datore di lavoro esente da responsabilità per il fatto commesso dal dipendente. R: Ci racconti un caso di computer forensics particolarmente significativo nella tua esperienza? S: Proprio in questi giorni sono stato chiamato da una società per documentare e accertare una condotta illecita compiuta da un dipendente, il quale anziché svolgere la sua prestazione durante l’orario di lavoro, ne praticava una parallela impiegando per questo fine del software abusivamente duplicato dalla rete internet. E' stato necessario innanzitutto verificare sul computer quali fossero i programmi installati e se il software utilizzato dal dipendente fosse tra i programmi autorizzati. Tutto ciò è stato reso possibile grazie a una serie di strumenti di investigazione digitale volti a verificare in tempo reale quali sono le attività svolte dal dipendente e quali sono gli strumenti utilizzati. In questo caso, la società, con lungimiranza, aveva conferito al difensore lo specifico incarico di svolgere attività di investigazione difensiva pertanto si è proceduto effettuando una copia forense del dispositivo ed una successiva analisi delle prove rinvenute. R: La copia forense sarebbe la copia perfettamente uguale.. S: la copia forense è una specifica copia di un supporto che contiene informazioni digitali realizzata mediante determinati software che restituiscono un’immagine fedele, identica, del supporto duplicato. Occorre munirsi di una copia forense perché vi è l’obbligo di non alterare il dato originale: l'alterazione di quest'ultimo infatti, potrebbe condurre ad una contestazione nel processo di manipolazione del dato R: Cioè di un inquinamento della prova S: Si, di un inquinamento della prova e quindi diuna non utilizzazione della stessa in quanto non più genuina bensì alterata, compromessa. Quindi il problema dell’investigazione digitale passa attraverso la frase “rispetto della prova”, attraverso una serie di cautele dirette prima di tutto a far sì che l’originale, ovvero il luogo dove sono custoditi i dati sia preservato, e infine a condurre analisi su copie forensi quanto più penetranti possibile. La vicenda citata, si è conclusa con un provvedimento di licenziamento per giusta causa e con la predisposizione di un atto di denuncia per duplicazione abusiva di opera dell’ingegno e appropriazione indebita. In buona sostanza lui utilizzava un software che si era illecitamente procurato per svolgere un’attività diversa da quella lavorativa e per la quale chiedeva del denaro.

25/08/2015 16:25:36

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