Categorie

Cultura » Archivio della Memoria Umbertide ha commemorato le vittime degli eccidi di Serra Partucci e Penetola

Umbertide è tornata ieri a commemorare le vittime degli eccidi di Serra Partucci e Penetola. Alla presenza del sindaco Marco Locchi, che ha presieduto le commemorazioni accompagnato dal gonfalone del Comune, la cittadinanza umbertidese ha reso omaggio ai 17 concittadini barbaramente uccisi nel giugno del 1944 per mano dei nazisti: era il 24 giugno 1944 quando a Serra Partucci cinque giovani vennero trucidati dai tedeschi e soltanto quattro giorni più tardi in un casolare di Penetola, dato alle fiamme, altre dodici persone persero tragicamente la vita. Le cerimonie di commemorazione, promosse dal Comune di Umbertide e dall'Anpi, hanno preso il via a Serra Partucci dove si è tenuta la santa messa presieduta da don Gerardo Balbi; poi è stata la volta della deposizione della corona di alloro ai piedi del cippo e della stele che ricordano le vittime. Mercoledì prossimo verrà invece deposta la corona di alloro nel casolare dove avvenne l’eccidio di Penetola. Nel suo intervento il sindaco Locchi ha ricordato che “tali sacrifici non sono stati vani, anzi hanno dato tanto al nostro Paese, consentendo la nascita della Repubblica, della democrazia, della Costituzione Italiana. E’ per questo – ha aggiunto - che abbiamo il dovere di ricordare e di trasmettere quella che è una delle pagine più tristi della storia di Umbertide ai giovani affinché serva da monito e da insegnamento per il futuro”. Il primo cittadino ha poi fatto cenno al recente voto inglese che è stata anche la dimostrazione che “le mete e gli obiettivi raggiunti non sono mai definitivi: bisogna sempre lottare giorno dopo giorno per mantenerli e a volte non è sufficiente. La pace, la solidarietà, l’accoglienza – ha concluso il sindaco Locchi - sono valori che dobbiamo conquistare e riconquistare in modo continuativo e oggi tutti noi in questa giornata di ricordo dobbiamo farci carico, con una determinazione ancora maggiore, come ci ha ricordato di recente il presidente Mattarella, dell’eredità del passato”.    

27/06/2016 17:18:46

Cultura » Archivio della Memoria Domenica 26 giugno Umbertide torna a commemorare le vittime di Serra Partucci e Penetola

Domenica 26 giugno Umbertide tornerà a commemorare le vittime degli eccidi di Serra Partucci e Penetola. Era il 24 giugno 1944 quando a Serra Partucci cinque giovani concittadini vennero uccisi dai tedeschi; quattro giorni più tardi in un casolare di Penetola altre dodici persone furono barbaramente trucidate. Le cerimonie di commemorazione, promosse dal Comune di Umbertide e dall'Anpi, si terranno domenica 26 giugno con il seguente programma: alle ore 9 a Serra Partucci don Gerardo Balbi officerà la santa messa mentre alle 9,30 si terrà la commemorazione delle vittime con la deposizione della corona a Serra Partucci e a seguire alle ore 11 a Penetola. Alle celebrazioni interverrà il sindaco Marco Locchi. Domenica 10 luglio invece l’Amministrazione Comunale di Umbertide e i cittadini di Preggio ricorderanno la strage del 4 luglio del 1944 quando nel casolare di Monsiano - Preggio morirono tragicamente due sposi e i loro sei figli. Alle ore 11 verrà quindi deposta una corona di alloro ai piedi della lapide che ricorda la tragedia, alla presenza del sindaco Marco Locchi. Con queste cerimonie l’Amministrazione Comunale di Umbertide intende mantenere viva la memoria di un passato non molto lontano che ha toccato da vicino la comunità umbertidese e trasmettere alle nuove generazioni i valori della pace, della libertà e della democrazia, contribuendo così a costruire un futuro migliore. 

21/06/2016 12:55:31

Cultura » Archivio della Memoria L'espansione del territorio umbertidese

Il nostro comune occupa una superficie di circa duecento chilometri quadrati, con questo dato Umbertide è il 150esimo comune italiano per estensione su un totale di 8048; è circondato da ben quattro comuni compresi tra i primi trenta per superficie: Gubbio 6, Perugia 11, Città di Castello 20, Cortona 29. Il territorio che conosciamo oggi non ha avuto sempre la stessa fisionomia. Sono due i fattori che ci indicano l'antico legame ad altri comuni della maggior parte delle nostre frazioni : l'appartenenza del territorio umbertidese a diverse diocesi e l'inflessione dialettale. Il primo fattore ci mostra che, le parrocchie situate nelle frazioni di Niccone, Montecastelli, Verna e Calzolaro appartengono alla diocesi di Città di Castello, le chiese delle frazioni di Preggio , Pierantonio e l'Abbazia di San Salvatore di Montecorona, a Perugia - Città della Pieve; solamente le tre parrocchie del capoluogo dipendono dalla diocesi di Gubbio. Il secondo dato non ha confini distanti da quelli ecclesiastici. Possiamo avvertire infatti un accento tipicamente tifernate in più o meno tutta la parte nord del territorio di Umbertide ed un dialetto molto simile al perugino, con contaminazioni di umbertidese ed eugubino, nella parte sud. L'evoluzione territoriale di Umbertide è quindi frutto di secoli di espansioni e disgregazioni. Per fornire un dato iniziale, possiamo partire dalla sottomissione a Perugia del castello di Fratta, avvenuta il 12 febbraio 1189. In base ad atti notarili del XIV secolo, la nostra cittadina era inizialmente divisa in tre parti chiamate terzieri. Il Terziere della Greppa, detto anche inferiore, il Terziere Superiore e il Terziere di Porta Nuova. Il primo comprendeva le abitazioni a destra di Via Dritta (Via Cibo), il Terziere Superiore, le abitazioni dalla Rocca fino alla Chiesa di San Giovanni (Via Guidalotti) ed il Terziere di Porta Nuova, l'attuale Via Mancini e Piazza XXV Aprile. Oltre le mura difensive, si erano formati due Borghi; quello Superiore che si estendeva fino alla chiesa di Sant'Erasmo (Patrono di Umbertide) , mentre quello Inferiore, comprendeva le chiese di San Francesco, San Bernardino e successivamente quella di Santa Croce. Una delle fonti più affidabili riguardanti la giurisdizione frattegiana è la "Pianta di Fratta" di Cipriano Piccolpasso datata 1565 , in cui si nota la cinta muraria, con il Tevere e la Reggia che limitavano il castello. Poco fuori le mura è riportata da Piccolpasso, la presenza di una piccola maestà indicata con la dicitura "Madonna" , indicante il luogo nel quale verrà edificata la chiesa di Santa Maria della Reggia. Successivamente, intorno al 1700, il territorio si espanse trovando le delimitazioni : verso nord fino alle Carpini, ad ovest fino a Montalto, Romeggio e Monte Acuto, verso sud nella zona di Montecorona e ad est con Poggio Manente. La restante parte del territorio attuale apparteneva a Città di Castello a nord, con Montecastelli, Niccone e Comunaglia e una parte della Valle del Niccone, a sud con Perugia che possedeva Pierantonio , Preggio e Racchiusole , infine una piccola porzione di territorio ad est faceva parte della giurisdizione di Gubbio. Una vera e propria "rivoluzione" del territorio umbertidese, si ebbe tra il 1809 e il 1818; Fratta acquisì Montone e Preggio e si ampliò verso la valle del Niccone dove si ritrovò ad essere confinante con il Granducato di Toscana in località Dogana; nel 1814 invece, le frazioni tifernati di Niccone, Montecastelli, Comunaglia e Verna, entrarono a far parte del nostro comune. Nel 1818 le Università appodiate di Civitella Ranieri e Poggio Manente, vennero tolte al territorio eugubino per essere aggregate a Fratta, anche se rimasero ancora autonome sotto il punto di vista amministrativo. I confini della prima arrivavano a lambire le antiche mura cittadine, questo fattore fece sorgere non pochi problemi, in particolare di natura tributaria. Dopo l'Unità d'Italia la nostra cittadina divenne capoluogo mandamentale, nell'ottica della ripartizione amministrativa del Regno d'Italia. Umbertide, che assunse questo nome nel 1863, fu dunque il centro di funzioni amministrative e giudiziarie anche per i comuni di Montone e Pietralunga, rimase tale fino al 1923, anno della soppressione di questi enti locali. Francesco Cucchiarini

07/06/2015 16:19:33

Cultura » Archivio della Memoria I fabbri della terra di Fratta

  Pubblichiamo uno studio del nostro collega Paolo Ippoliti, già scritto per il Gruppo Argeologico umbertidese. Con la curiosità e la capacità di analisi che lo contraddistingue, Paolo Ippoliti ci fa conoscere un pezzo di Fratta che ci rese celebri. "La Fratta era allora (1550) assai più conosciuta che oggi che si chiama Umbertide". Termina così, con la citazione un po' amara di uno storico perugino del suo tempo, il libro di Francesco Mavarelli "Dell’arte del fabbri della terra di Fratta". Una settantina di pagine, oggi assai rare, pubblicate nel 1901 a cura del prof. D. Augusto Vemarecci, amico del Mavarelli, dopo la scomparsa dello storico umbertidese.   "Nel borgo inferiore della Fratta dei Figli di Uberto (Umbertide) n'ori di porta romana, intorno alla antica chiesetta dedicata dapprima agli apostoli Pietro e Paolo, ampliata di poi e dedicata all'umile Poverello di Assisi, numerose sorgevano nel Medio Evo le officine dei fabbri ferrai; si che il borgo stesso aveva da essi preso il nome". Un nome famoso in AIto Tevere ed in tutta l'Umbria, fino in Toscana ed in Lazio: gli attrezzi e soprattutto le armi prodotte dagli antichi fabbri di Fratta avevano pochi rivali. Il Guerrini, nella sua "Storia della terra di Fratta" annotava infatti a suo tempo:" In questo luogo (attuale piazza S. Francesco) erano parecchie officine di preferenza dedicate all'arte fabbrile e specialmente alla fabbrica delle falci per tutta Italia rinomate e ai lavori di Artiglierie, per cui nel secolo XVI Angelo di Giovan Battista di Pieruccio Cortoni di questa Terra venne con somma onoranza impiegato in estere corti". E così la città veniva definita negli Statuti di Perugia: "Insigne oppidum Vulcani fabris celebre". Un marchio di garanzia.   LE ORIGINI E LE CAUSE   Si può stabilire approssimativamente, secondo il Mavarelli, l'epoca in cui cominciò a sorgere e a svilupparsi nella antica Umbertide l'arte dei fabbri: certo è che sul finire del XIII sec. essa doveva aver raggiunto un alto grado di perfezione se essi "poterono offrire l'opera loro per la costruzione delle cancellate della Fonte di S. Lorenzo (la Fontana Maggiore, ndr.)sempre cara come la pupilla degli occhi ai Rettori della comunità di Perugia". Comunque ll nostro storico pone tra il sec. XI e XIII (come ipotesi verosimile) gli inizi e quindi lo sviluppo di questa nobile arte. Sulle cause che ne favorirono la nascita "qualche luce viene recata alla questione dalla circostanza che il principiare di questa arte sembrerebbe potersi stabilire in quello stesso turno di tempo nel quale la Fratta, da umile agglomerato di casupole e di capanne, andava assumendo l'aspetto di una popolosa borgata, ove si tenevano frequenti ed importanti mercati all'ombra della Neve di S. Erasmo". Una popolosa borgata quindi che deve il suo accrescersi e la sua fama ai suoi fabbri, di pari passo con i territori posseduti e coltivati. E' in ultima analisi l'agricoltura, attività primaria dei frattigiani, il vero volano di tutto. Afferma il Mavarelli: "Le cause certe del suo svilupparsi (dell'arte fabbrile in connessione con l'attività agricola, ndr.) pensiamo fossero la naturale ubertosità del suolo; la sicurezza insita nella località stessa in forma di piccolo colle (...); la felice situazione centrale tra le città di Gubbio, Perugia, Castello e la più lontana Conona; il presentare facile accesso ai popoli vicini accorrenti per la compra e lo smercio (...); la costruzione del grandioso ponte sul Tevere (risale alla fine dell’VIII sec.) e la rarità di tali ponti (onde una più sentita affluenza di viandanti); la lontananza del feudatario (Marchese di Castiglione, Ugolino) e la vicinanza dell'Abbazia di Monte Acuto, poi di Monte Corona (...) che possedeva vastissimi territori, chiese e castelli". Una serie di circostanze che rendono la Fratta un centro popoloso e frequentato, in grado di produrre benessere per la popolazione che si sta addensando e che pratica, come sottolineano le cronache, una agricoltura intensiva e progredita. Gli uomini di questo Paese sono diligenti ingeniosi et soleciti et aveduti impero ché  il loro poco sito per il continuo exercitarlo lo fanno fruttare come larga campagna e luogo grandissimo... No hanno bestiame ne pasture. (Cipriano di Piccolpasso, sovrintendente alle fortezze di Perugia, tra il 1556 e il 1568). Un agricoltura che molto dipende dagli strumenti che i fabbri producono. Ed ecco allora le gomee, bivente, vanghe, zappe, cette, falcini picconi, maroncelle, cettarelle, falcioni grassi, ronche, falcini da potare, falcini a lunette, scorcini.   E dove i nostri fabbri acquistarono celebrità indiscussa in per tutta l'Italia centrale fu nella fabbricazione delle falci arcolte, campagnole e stese le quali avevano ovunque numerosi compratori e specialmente nel mercato di Roma, &ve a tutto il secolo XVI se ne inviavano 9 migliaia l'anno.   LA FRATTA PRODUTTRICE DI ARMI   Nel '500 la Fratta non era famosa solo per falci e marocelli, anzi: ben maggiore era la sua importanza in tutta l'Italia centrale (ma abbiamo visto che la fama si era sparsa anche all'estero) per la produzione di anni da fuoco e da taglio. Il Piccolpasso non manca di annotare: "qui si lavora benissimo d'archibugi et armi d'aste'. La misura di quel "benissimo" la offre l'ordinazione di ben 500 archibugi per la fortezza di Castel Sant'Angelo da parte del papa Paolo III; parte delle artiglierie di cui era naturalmente fornitissima la Rocca di Fratta furono dirottate dallo stesso papa a Perugia presso la costruenda Rocca Paolina, "già pricipiata (nel 1540 ndr.) da soli due anni e già in grado di essere munita". "E la celebrità dei nostri archibugi -scrive il Mavarelli- doveva essere ben nota al camerlengo della Chiesa Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora, il quale nel 1942 (...) imponeva alla Comunità (la Fratta, ndr.) di portare ogni anno in occasione della festa di Sant'Erasmo (la cui fiera aveva ottenuto l'esenzione dalle gabelle) tre archibugi nuovi da posta (...) al prefetto della Rocca Paolina.(...) Il cardinale d’ S. Agata Tiberio Crispo, creato legato dell'Umbria nel 1945 assolveva la Comunità dal pagare in avvenire il censo di tre archibugi da posta purché consegnasse subito tre archibugi da posta e altri 18 piccoli per munirne la Rocca di Castiglione del Lago la quale mancava di tali armi". Archibugi tanto rinomati da essere pretesi come tasse,quindi. Ma i fabbri della Fratta non eccellavano solo nelle armi da fuoco; ecco le "armi d'aste" che avevano "colpito" il già citato Piccolpasso: "pugnale, pugnaletto, quadrelletto a stilo di ferro o d'acciaio, spada, stoccho, coltella, scimitarra, lancia, spiedo, giannetta, serpentone, partigiana, parteggianette1 scaiatoio o dardi, scoppietti, balestre o archo, ronca da siepe, falcino, scorcino, mazza de ferro, de legno, bastone ferrato, pallotta de ferro, de piombo, de stagno, de bronzo, coltello più lungo d'uno sparmino, celata, celatina, mezza testa, cachielli da testa, elmetto, baviera, gozzalino, spallacci o maniche de mal glia o chorazza o chorazzina o corsaletto o panziera o vestitello de maglia o falda, cossali, schinieri o calze de mal glia o guanti de malglia".   LA CORPORAZIONE DEI FABBRI   Quando sorse la corporazione dei fabbri? Non si può rispondere con certezza, secondo il Mavarelli, a tale domanda. "Forse essa sorse con il principiare dell'arte stessa o per lo meno nella seconda metà del sec. XIII; certamente doveva essere già costruita prima del 1362, nel quale anno fu compilata la prima raccolta in volgare delle nostre leggi municipali". Le corporazioni medievali nacquero prima dei Comuni e di essi furono elementi costitutivi, esercitando una notevole influenza politica oltre che economica, tanto che spesso la costituzione interna del Comune somigliava a quella della corporazione. Considerata l'importanza della corporazione di fabbri alla Fratta, essa certamente non fu estranea allo sviluppo interno delle libertà municipali, pur essendo stato questo assai più lento che altrove "non avendo mai avuto la nostra Terra un' esistenza indipendente", poiché sempre stata nell'orbita perugina. Accanto a quella dei fabbri esistevano altre Otto corporazioni che il Mavarelli elenca: Merhanti; Spetiali e Merciarii; Calzolari; Sartori, Barbieri e Cimatori; Maestri del legname, de pietra et Muratori; Vasari, Pignattari e Bruscholaioli; Macellatori Albergatori Tavernari Panacuocoli Hortolani; Haratori de terrana Operai dell'arte de font e biffolci. La loro influenza politica si svolgeva direttamente nella amministrazione pubblica per mezzo dei loro rettori, i quali andavano al Consiglio. "Ai rettori, unitamente a 40 consiglieri, ai quattro defensori, ai tre sopra la guardia, al sindaco, camerlengo, cancelliere era affidata I' amministrazione della cosa pubblica". (Statuti di Fratta).   LA DECADENZA   Nella prima metà del XVII secolo, con il mutare delle condizioni sociali e politiche inizia la decadenza delle corporazioni, inclusa quella dei fabbri. Le sfere di influenza si restringono al puro ambito economico mercantile, mentre gabelle, lacci e laccioli, da cui la Fratta fu lungamente esente, da Perugia si abbattono sugli artigiani, violando secolari privilegi. A questo, per quanto riguarda la Fratta in modo particolare, va aggiunto l'assedio posto nel 1643 alla città dalle truppe di Ferdinando il di Toscana, assedio che portò alla distruzione, al saccheggio e all'incendio di tutte le "fabbriche" fuori delle mura della città. E' un momento più tragico di una decadenza lenta , ma continua, che vedrà il suo epilogo nel dicembre del 1801, quando papa Pio Vi! con un motu proprio abolirà tutte le corporazioni e le arti. Ma di tante di esse, compresa quella dei fabbri di Fratta, non era rimasto altro che il ricordo ARTIGIANI DI FRANA NEL 1744 "Ad onta della decadenza generale, quanto grande fosse il numero degli artefici fabbri, vasari e calzolari dimoranti entro la Terra nostra lo desumiamo da un elenco di coloro che furono colpiti nel 1744 dalla tassa del mancinato". (Mavarelli) Paolo Ippoliti

01/02/2014 15:08:18

Cultura » Archivio della Memoria Origini e sviluppo del cooperativismo ad Umbertide

Le società di cooperazione sono imprese gestite in comune che si prefiggono lo scopo di fornire agli stessi soci quei beni o servizi per il conseguimento dei quali sono sorte. Nel panorama italiano le prime cooperative nacquero alla fine dell' '800 e ben presto divennero componente fondamentale del tessuto economico e sociale del paese. Nel territorio umbro il processo di diffusione di questo tipo di imprese non tardò a concretizzarsi e anche ad Umbertide le società di cooperazione trovarono terreno fertile per radicarsi fino ad assumere il ruolo di primaria importanza  che rivestono oggi all'interno del contesto cittadino. Esistono varie tipologie di cooperative, nel nostro territorio dominano quelle inerenti alla produzione e lavorazione di prodotti agricoli e al commercio di beni di consumo. Ma come sono nate le cooperative ad Umbertide  e qual'era il panorama socio-economico negli anni in cui hanno cominciato a fare la loro comparsa?. Nei primi anni del XX sec. l'economia locale era essenzialmente basata sull'agricoltura, non avendo beneficiato di quel processo di modernizzazione iniziato alla fine dell' '800. Le uniche eccezioni erano rappresentate nel ramo artigianale da piccole imprese di tipo familiare o ditte individuali dedite alla falegnameria e alla produzione di laterizi. Nel complesso l'economia umbertidese agli inizi del '900 possedeva una dimensione esclusivamente locale e caratterizzata da un sostanziale immobilismo. Tale situazione si protrasse per circa un trentennio, al termine del quale si registra una lenta evoluzione del quadro economico del territorio con la nascita di nuove piccole imprese sempre legate alla produzione di laterizi.  La comparsa negli anni '30 di attività nell'ambito della ceramica e del ferro costituisce la premessa di un cauto sviluppo industriale che prenderà definitivamente il via soltanto negli anni '50.  La novità più rilevante di questi anni è l'apertura, risalente al 1926, dello stabilimento per la coltivazione e prima lavorazione del tabacco. Le origini di questo tipo di coltivazione ad Umbertide, risalgono alla fine dell'800; negli anni '30 la coltura del tabacco si impone definitivamente per poi subire un momentaneo arresto negli anni della seconda guerra mondiale. Dalla seconda metà degli anni '50, la coltivazione raggiungerà un livello di primo piano nell'intero panorama nazionale. Fin dall'inizio della sua attività, lo stabilimento di Umbertide si piazza al secondo posto per quantità di tabacco lavorato nella provincia di Perugia. La produzione non fece che aumentare nei decenni successivi e all'inizio degli anni '50 il settore del tabacco rappresentava la principale fonte di occupazione nel nostro territorio.   Si registrò un costante sviluppo fino agli anni'60, quando l'intero settore subì un significativo ridimensionamento dovuto all'imponente meccanizzazione con la conseguente diminuzione del personale e della concentrazione degli stabilimenti. Negli anni '70 si assisté a radicali trasformazioni che proiettarono l'industria del tabacco verso la dimensione più vicina alla realtà odierna; dalla fine del Monopolio di Stato per la coltivazione e prima lavorazione del tabacco scaturì la liberalizzazione delle fasi di produzione e dei rapporti di forza all'interno delle     fabbriche. Da questo mutato contesto anche ad Umbertide il settore del tabacco vide la nascita di cooperative e consorzi che continuano ancora oggi la loro attività.  Dal punto di vista politico, il primo ventennio del '900 fu un periodo nel quale cominciarono ad alterarsi gli equilibri esistenti con l'affermazione del partito socialista e la nascita delle prime associazioni di lavoratori finalizzate ad ottenere strumenti adatti a garantire l'emancipazione delle proprie condizioni di vita. Ma fu all'indomani del secondo conflitto mondiale che vennero a crearsi i presupposti ideali affinché il movimento cooperativo potesse affermarsi con maggior forza ad Umbertide, anche grazie alla nascita di strutture volte a tutelare i lavoratori non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e politico. Tra queste strutture ruolo di particolare importanza era rivestito dai molini popolari, attorno ai quali sin dal loro sorgere si era accentrata l'attenzione delle popolazioni agricole dell'Alto Tevere. La Cooperativa per il Molino di Umbertide nacque nel 1952 e da subito si registrò una considerevole partecipazione. Dopo appena un mese la società contava 2000 soci, con un capitale sottoscritto di 43 milioni di lire e una spesa complessiva di 66 milioni. L'afflusso di grano che i contadini decisero di affidare al Molino superava le più rosee aspettative e l'aumento della mole di lavoro richiese l'acquisizione di nuovi macchinari per far fronte a esigenze sempre più pressanti. All'inizio degli anni '60 si verificò il momento più difficile nella storia della Cooperativa umbertidese: l'indebitamento crebbe e la quantità di grano macinato diminuì drasticamente a seguito anche dell'abbandono delle campagne alla volta delle città industriali del Nord. Fu l'allora Presidente del Molino, Francesco Pierucci, a salvare la società dal fallimento; ottenuta la fiducia dei soci e delle stesse banche, riuscì a risanare la situazione economica e restituire credibilità all'impresa. Da allora il Molino divenne per la realtà umbertidese un efficiente complesso in grado di sviluppare iniziative non solo in campo agricolo ma anche industriale e commerciale. Il settore dell'agricoltura non fu il solo in cui le società di cooperazione recitarono un ruolo di fondamentale importanza nelle storia nazionale e locale; anche quello della produzione e distribuzione di beni di consumo fu profondamente toccato dal movimento e continua ad esserlo ancora oggi. Le origini della cooperazione di consumo devono essere collocate addirittura a metà del XIX° sec., con la comparsa dei primi spacci e magazzini il cui obiettivo era quello di comperare all'ingrosso oggetti di prima necessità per rivenderli ai soci al prezzo originale. Il consolidamento di questo settore del movimento cooperativo si registra tuttavia nell'immediato secondo dopo guerra, indissolubilmente legato al processo di ricostruzione economica, sociale e politica del paese. L'affermazione delle cooperative di consumo nel periodo post-bellico è motivata in gran parte dalla spontanea tendenza della popolazione a ricorrere all'impresa cooperativa per sfuggire alla disoccupazione, e è in questo contesto che nacquero i primi organismi di rappresentanza su scala nazionale e provinciale con il compito di organizzare le strategie più adatte a coordinare un movimento in continua crescita. Per quanto riguarda il territorio umbertidese, lo sviluppo delle cooperative di consumo seguì le stesse linee del resto della regione. G ià dal 1944 si assisté ad una forte ripresa del cooperativismo con la costituzione di alcune imprese quale la Cooperativa di consumo fra lavoratori di Perugia; in breve tempo anche ad Umbertide venne aperta la prima cooperativa di consumo. Nel 1946 l'Umbria contava 44 cooperative esistenti, tra cui quella umbertidese, per un totale a livello regionale di 30.000 soci. Gli anni '50 videro le cooperative attraversare un periodo di difficoltà dal quale si cercò di uscire tramite il compattamento dei numerosi spacci sparsi per tutta la regione. Tale lungo processo culminò nella creazione a metà degli anni '70 di Coop Umbria, della quale entrò a far parte anche la cooperativa di Umbertide. Furono poste allora le basi per conferire alle cooperative di consumo la struttura che possiedono oggi e che fa parte ormai da molti anni della quotidianità di numerose famiglie.   Gabriele Bianchi                                                                                

29/01/2014 11:40:03

Ass.ne Informazione Locale
via Roma 99 06019 Umbertide (PG)
P.IVA 03031120540
Privacy Policy