C. di Castello. Donna sequestrata per farla prostituire

Nel corso delle prime ore della mattinata di ieri, l’Ufficio Denunce del Commissariato ha ricevuto un esposto nel quale si portava a conoscenza del sequestro di una donna ed il suo bambino, probabilmente finalizzato alla prostituzione. La presunta sequestrata, secondo quanto dichiarato dalla denunciante, poteva presumibilmente trovarsi nella zona tra Rimini e Riccione.
Immediatamente veniva dato inizio all’attività info-investigativa;  le conoscenze degli investigatori maturate sul territorio tifernate, e la sinergica collaborazione della Squadra Mobile della Questura di Rimini, portava all’individuazione del luogo dove era poteva essere tenuta la donna rapita.
L’intervento dava esito negativo, ma forniva importanti elementi per lo sviluppo ed il prosieguo delle indagini. In tardo pomeriggio l’autovettura condotta dal presunto responsabile del sequestro, incorreva in un incidente stradale nel centro abitato di Rimini.
L’arrivo delle Volanti, unitamente al personale del Commissariato di Città di Castello, che nel frattempo avevano avuto la notizia del probabile coinvolgimento della coppia nel sinistro stradale, metteva in fuga il conducente nonché autore in concorso del rapimento della donna.
La donna, dopo essere stata medicata presso l’ospedale riminese, veniva condotta in Questura.
Nel corso della denuncia, confermava quanto presunto, vale a dire il sequestro finalizzato all’attività di prostituzione, nonché l’essere stata segregata per qualche giorno all’interno di una roulotte, consentendo l’uscita per la sola attività di prostituzione.
Gli investigatori individuavano tre dei quattro soggetti responsabili dei reati, tra cui due donne nomadi occupatesi della “prigionia” della donna rapita e di suo figlio, vecchie conoscenze dei poliziotti tifernati. Gli stessi venivano denunciati a piede libero per i reati di sequestro di persona, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e lesioni. In tarda serata la donna sequestrata e suo figlio, venivano ricondotte a Città di Castello, ove potevano riabbracciare i parenti più stretti.


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