Arianna Giunti. Giornalista internazionale d'inchiesta

La giornalista di origine umbertidese ha pubblicato un libro d'inchiesta sulla condizone delle carceri in Italia.

La “cella liscia” è una cella completamente vuota dove vengono rinchiusi i detenuti che devono essere puniti. Giacciono nudi, al buio, tra i loro stessi escrementi. L'isolamento di chi ci finisce dentro viene rotto solo dall'ingresso degli agenti che vengono a portare  da bere. Ma non si tratta di un evento piacevole perché l'acqua è accompagnata da botte, schiaffi e frustate.

Una pratica aberrante che provoca l'annichilimento e l'annientamento psicologico del detenuto. Una vera forma di tortura di cui nessuno parla ma che Arianna Giunti, giornalista d'inchiesta, è riuscita a raccontare attraverso le testimonianze di detenuti e dei loro familiari nel suo e-book “La Cella Liscia. Storie di ordinaria ingiustizia nelle carceri italiane” (Informant)

 

http://inform-ant.com/it/ebook/la-cella-liscia.-storie-di-ordinaria-ingiustizia-nelle-carceri-italiane.

 

Attraverso racconti, cifre, atti giudiziari, statistiche e fatti di cronaca, Arianna Giunti ci accompagna in una sconvolgente odissea nell'inferno del sistema penitenziario del nostro paese, rivelando una realtà inquietante e claustrofobica, che non offre possibilità di riscatto. Pestaggi, suicidi sospetti, abusi di potere e torture. Non è un caso se, stando ai dati ufficiali di dicembre 2013, l'Italia è terza - dopo Russia e Ucraina - per numero di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.

 

Come nasce l'idea di questo libro?

Per lavoro mi trovo spesso a trattare il tema carcere ma non avevo mai sentito parlare della “cella liscia”. Il primo a nominarla fu il padre di un detenuto che stavo intervistando. Devo ammettere che all'inizio ero scettica. Così cominciai ad indagare. Non avrei mai immaginato che fosse solo la punta di un iceberg...

 

L'inchiesta di Arianna Giunti, infatti, non si limita a denunciare questa forma di tortura che continua ad essere inflitta nel silenzio. Va a fondo anche su altri temi importanti - e raramente trattati - come la malasanità nelle carceri e le difficoltà di reinserimento nella società dei detenuti una volta scontata la pena.

Non vengono raccontati numeri. Vengono raccontate persone. Come ogni grande narratore, Arianna Giunti ha la straordinaria capacità di riuscire a dare un'anima ai personaggi implicati nei fatti che racconta e, al tempo stesso, riesce a catturare con precisione e a rendere con chiarezza il problema sociale di cui sono l'emblema.

 

Fare la giornalista d'inchiesta è un lavoro duro. Come ti sei “fatta le ossa”?

Dopo aver lavorato in diverse redazioni, sono passata a una piccola agenzia di stampa. Il lavoro era totalmente diverso. Non ero più “protetta” dalla redazione. C'eravamo solo io e la notizia, senza filtri. Questo significa che mi trovavo nel bel mezzo di uno scontro o sulla scena di un omicidio e dovevo riuscire a fare il mio lancio. A raccontare quello che stava accadendo, senza lasciarmi offuscare dalle emozioni. Per me è stato l'ostacolo più duro da superare ed è una palestra che raccomando a tutti quelli che vogliono fare questo lavoro.

 

Nel 2010, Arianna Giunti vince il premio Guido Vergani come miglior cronista dell'anno “under 30” per un'inchiesta su un caso di malagiustizia. I protagonisti sono una coppia di genitori ingiustamente separati dai propri figli. Per sei anni, ha raccolto pareri, dati e testimonianze. Alla fine, i suoi sforzi sono stati premiati. Dopo sei anni, infatti, il Tribunale dei Minorenni di Milano ha rivisto la sentenza consentendo il ricongiungimento del nucleo familiare.

 

Ma l'attività di Arianna Giunti non si limita al nostro paese.

Ha raccontato anche orrori e speranze in toccanti reportage da Gaza e Tel Aviv. Oggi potete seguirla su Twitter (@AriGiunti), sul suo blog mafiagiustizia.it, su radio Capital o sulle pubblicazioni del gruppo L'Espresso.

 

Prima di lasciarla le ho fatto un'ultima domanda...

 

Tra i grandi giornalisti italiani, chi consideri il tuo mentore?

Dino Buzzati. Non solo per aver scritto romanzi come “Il Deserto dei Tartari” e “Un Amore” ma anche perché non si è mai montato la testa. A differenza di molti altri colleghi che raggiunta una certa fama disdegnano la cronaca, Dino Buzzati continuò a farla anche quando divenne una firma da prima pagina.

Laura Nuti.

 


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