Cultura Arturo Lozzi: talento internazionale

Arturo Lozzi è un disegnatore di fumetti umbertidese che vanta collaborazioni con le più prestigiose case editrici italiane (Sergio Bonelli Editore e Star Comics) e americane (Marvel e Valiant). Oggi ha accettato di guidarci alla scoperta del “dietro le quinte” di un albo a fumetti. A che cosa stai lavorando in questo momento? Sto lavorando a una storia del personaggio Dampyr, della Sergio Bonelli Editore, sceneggiata da Mauro Boselli. É un albo di 94-95 pagine - più o meno come tutti gli albi seriali della Bonelli-  e probabilmente uscirà il prossimo anno, dato che il tempo tecnico per completarla è di 7-8 mesi e poi va lavorato con i letteristi e mandato in tipografia. Come lavori? Normalmente inizio facendo uno sketch di tutte le pagine di sceneggiatura che mi vengono inviate. Sono 10-15 ogni mese. Poi passo allo storyboard, che include neri e bianchi, luci e ombre e offre  un'idea più precisa di come sarà la tavola finita. A questo punto invio tutto allo sceneggiatore, se è lui a dirigere la testata, oppure al direttore responsabile. Una volta ottenuto l'OK, passo alla matita aggiungendo dettagli e particolari. Poi aggiungo lo sfondo e quindi passo all'inchiostrazione. Dalla bozza iniziale alla versione finita di una tavola composta da sei vignette servono mediamente 2-3 giorni di tempo. Per questo motivo, un disegnatore impiega fino a 9 mesi per completare 95 pagine. Di 15 pagine in 15 pagine, una volta che l'albo finito arriva in redazione viene inviato al letterista. Quando torna in redazione, l'albo  passa sotto il controllo dello sceneggiatore che, solo a questo punto, proporrà delle eventuali modifiche da fare. Bisogna tenere presente che ci sono più disegnatori che lavorano contemporaneamente su più storie nell'arco dello stesso periodo di tempo ed è allo sceneggiatore che tutti i disegnatori si rivolgono per avere chiarimenti. Lo sceneggiatore ha anche il compito di garantire un alto standard qualitativo e una certa omogeneità all'interno della serialità, quindi ha diverse cose a cui pensare. Solo quando l'albo è completo, lo sceneggiatore può rendersi conto se la storia funziona, se ci sono incongruenze o se ci sono errori involontari del disegnatore che non era  nemmeno al corrente di dettagli che, magari, non erano ancora stati pensati al momento della prima stesura della sceneggiatura. Qual è la principale difficoltà che ti trovi ad affrontare nel tuo lavoro? Una delle principali difficoltà sta nel conciliare esigenze artistiche e pratiche. Quando per esempio un disegnatore si trova davanti a una storia che sente sua, la disegna in modo più dettagliato, più ricco ma per fare questo ci vuole più tempo. Tempo che un disegnatore non ha mai perché deve procedere a ritmi di 10-15 pagine al mese. Rispettare le scadenze è fondamentale in questo campo. Di conseguenza, direi che  mediare tra risultato finale e tempo a disposizione è la cosa più difficile da fare. Può essere difficile anche trovare un'inquadratura interessante e originale tale che, andando da sinistra verso destra, agevoli il personaggio che deve parlare per primo in una vignetta. Diventa ancora più difficile quando c'è tanto testo o tante persone che parlano. Il lettore non ama la ripetitività e  il disegnatore deve fare in modo da personalizzare le proprie opere. A questo scopo anche la scelta della luce ha un ruolo fondamentale. Ti andrebbe di raccontare la tua esperienza americana? L'esperienza americana è stata breve ma intensa. Ho lavorato con la Marvel e con la Valiant. Sono state esperienze estremamente gratificanti dal punto di vista professionale. Tuttavia, quando devi lavorare 24 ore al giorno, diventa difficile conciliare la vita privata con i ritmi imposti dal loro mercato. In cosa le case editrici americane sono diverse da quelle italiane? Per una casa editrice americana, le scadenze sono più ferree e fondamentali di quanto non lo siano per le case editrici italiane. Ho dovuto più volte ricorrere a quella mediazione tra qualità e tempo di cui ho parlato prima. Inoltre. il mondo editoriale americano è altamente gerarchizzato con editor, assitant editor, associated editor etc. Spesso mi confondevo addirittura i titoli ma mi facevo perdonare con la scusa di non parlare bene la lingua. A che cosa hai lavorato negli Stati Uniti? Per la Marvel ho lavorato ad Iron Fist – Immortal Weapons un personaggio creato negli anni '70 che pur mantenendo le caratteristiche  originali è stato dotato di una nuova grafica e un nuovo plot narrativo - e al rilancio di Ghost Rider, una collana chiusa e poi ripresa. Per la Valiant,  ho lavorato al rilancio di personaggi degli anni '90 che dopo aver goduto di un certo    successo erano decaduti. Dei finanziatori hanno ripreso i diritti di questi personaggi e hanno creato un team  che contribuisse a calare i personaggi nella contemporaneità sia a livello estetico che narrativo. Con altri artisti, sono stato chiamato a far parte dello staff e lavorare al character design, ovvero a  immaginarne le fattezze e le fisionomie dei personaggi. Un'esperienza unica. Negli ultimi anni, molti eroi dei fumetti hanno invaso cinema e televisione. Che ne pensi di questo fenomeno? Sì, cinema e TV hanno dimostrato molto interesse per gli eroi dei fumetti negli ultimi anni ma sono i personaggi ad essere diventati più famosi e popolari non i creatori. La vera cultura del fumetto fatica ancora a diffondersi. Non sono molti che sanno chi ha creato Batman o Superman. In alcuni paesi ci sono state cause per attribuire la paternità di personaggi sia all'autore delle storie che al disegnatore.  In Italia siamo ancora un passo indietro Nonostante ci siano state proposte di legge per modificare la parte relativa ai fumetti del capitolato sul  diritto d'autore del'21, nulla si è ancora concretizzato. Per saperne di più, segui Arturo Lozzi su Facebook!

26/11/2013 16:11:44

Notizie » Società Civile Vivere a Milano: giovani umbertidesi nella grande città

Chiedermi di scrivere quest’articolo è stata una proposta entusiasmante quanto difficile. Credo che tanti principi giornalistici vadano a cadere quando si è troppo coinvolti in prima persona. Questo è il reportage del mio viaggio, o meglio del nostro viaggio, il racconto di umbertidesi fuori di Umbertide. Molti nel passato e nel presente hanno lasciato ‘la Fratta’ per abitare altrove spinti dalla necessità di colmare un’esigenza: lavoro, studio, amore. Noi siamo “quelli di Milano”. Le nostre storie partono dalla stessa casa, si dividono nello scorrere frenetico della città lombarda, nella corsa dei suoi impegni e di tutte le opportunità che offre, e tornano ad intrecciarsi qualche fine settimana nei viaggi di ritorno in macchina o nelle serate di aperitivo ai navigli o a corso Sempione o in qualche gita domenicale al museo. Vivere lontano da casa per tanto tempo fa inevitabilmente maturare dentro qualcosa, le esperienze e le sensazioni provate sono così soggettive e varie che non è possibile parlarne in modo asettico ed uniforme per rintracciare una tendenza generale. Pertanto a ognuno la sua voce. Cristina, 24 anni, studentessa. Partire è stata fin ora la scelta più difficile della mia vita, un salto nel vuoto. Ho sempre amato casa mia, la sua gente, la mia quotidianità, ho pensato sempre al mio futuro ad Umbertide. Poi un’interessante specialistica che aveva da offrirmi qualche possibilità lavorativa in più rispetto a Perugia e l’idea di provare almeno un’esperienza fuori porta mi hanno convinto. Ora vivo a Milano da più di due anni, mi sto per laureare in un corso di Editoria interno a quello di Filologia Moderna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e lavoro nella direzione di uno dei Collegi dell’Università stessa. Sono soddisfatta e amo quello che faccio; inoltre l’ambiente è stimolante, le attività culturali sono un fiume in piena e la città è un crocevia di nazionalità differenti;  conoscere persone provenienti dalle diverse parti d’Italia e del mondo mette alla prova le proprie sicurezze e costringe a pensare. Nuovi incontri hanno portato a legami forti di cui ora non saprei immaginarmi senza. Non ho avuto solo cose belle come alcuni hanno immaginato: è stato difficilissimo, faticoso, doloroso, a volte lo è ancora. Soprattutto perché la distanza mette a nudo i rapporti con le persone di una vita, e se trova debolezza li elimina. Sei inizialmente solo e per la prima volta ti trovi a costruire una tua esistenza dal nulla; questa situazione ti scava dentro, ti pone domande, ti costringe a conoscerti e darti risposte, a crescere. Ora mi sento più forte per i passi avanti fatti, perché so su chi contare sempre, a partire dalla mia famiglia, perché so cosa cerco.  Quando torno a casa ciò che prima noto sono l’odore dell’aria e il verde che invade la vista e sento di ritrovare quello che sono nel più  profondo. È una sensazione piacevole e nostalgica allo stesso tempo, come ritrovare qualcosa che ricordo meraviglioso ma che sento non appartenermi adesso. Come una maglia che resta stretta perché si è cresciuti. Penso al mio futuro e vedo bianco come un foglio da scrivere. Per ora sento di voler continuare a vivere a Milano perché vedo che posso costruire qualcosa, ma la possibilità di tornare in un futuro ad Umbertide o in Umbria in generale -sperando anche in una situazione lavorativa migliore- per dare il mio contributo e costruire la mia esistenza, resta dentro.  Paolo, 33 anni, ingegnere elettronico Sono 3 anni che vivo qui a Milano, 3 settembre 2010. Data difficile perchè è il giorno del "taglio col passato". Volenti o nolenti quando ci si trasferisce ci si "stacca" dalle amicizie coltivate quotidianamente, dalle attività, dalle passioni che si mettono nel cassetto per ritirarle fuori in situazioni più tranquille. E' però anche il momento in cui si cresce: ci si mette davanti al mondo con le proprie forze a disposizione anche se fortunatamente con la tranquillità di chi ha una famiglia alle spalle. Il motivo che mi ha spinto a trasferirmi a Milano è stato lavorativo. Avevo un lavoro come ingegnere elettronico pagato con un assegno di ricerca, senza malattie, ferie e contributi con rinnovo annuale (regione permettendo). Il lavoro che facevo era molto interessante ma non mi dava la stabilità neanche per prendere una casa in affitto. Così mi sono guardato attorno e ho colto l'occasione che mi si è presentata. Ora lavoro come consulente per una grossa società che si occupa di automotive. Il primo contratto propostomi è stato da subito un tempo indeterminato, con prospettive di crescita professionale (in seguito avvenute) e soprattutto con la possibilità di vivere senza mamma e papà che tirano fuori qualcosa dalle loro tasche. La grande differenza che ho trovato è stata però la diversità del rapporto datore di lavoro - lavoratore: qui io non sono solo "forza lavoro" ma "risorsa" da far crescere e specializzare. Questa differenza è secondo me dovuta al fatto che, mentre in terra natale il lavoro specializzato era davvero raro, qui è abbastanza diffuso e quindi si tende a proteggere e valorizzare una persona che genera profitto piuttosto che spremere a dovere «tanto dopo di te ce ne sono altri 100 che aspettano». Detto ciò non nascondo il desiderio riavvicinarmi agli affetti, alle attività e soprattutto alle tavole di casa mia ma aver fatto questa esperienza sicuramente mi ha aperto gli occhi su tante cose che prima non riuscivo a decifrare: stando lontani si capisce forse a cosa si è disposti a rinunciare e cosa invece non è sacrificabile nella propria vita... e si riaggiusta il tiro. Ilenia, 27 anni, art director junior Dopo la laurea in Tecnica Pubblicitaria, ho deciso di seguire la mia passione per la pubblicità e per l’organizzazione di eventi conseguendo nel 2009 un master a Roma. Per circa tre anni e mezzo ho lavorato, sempre a Roma, presso un’agenzia di produzioni video e organizzazione eventi, un lavoro molto dinamico e stimolante che, assieme alla vita da “fuorisede”, mi ha fatto vivere una bellissima e ricchissima esperienza sia dal punto di vista professionale che umano. Carica di entusiasmo ho rifatto quindi le valigie e sono partita alla scoperta di Milano, dove da poco più di un anno lavoro come art director junior presso un’agenzia di comunicazione e marketing. La cosa che forse mi piace di più di Milano è il suo essere sempre in movimento, di Roma invece la sua capacità di non farti sentire mai un ospite, di Umbertide sicuramente l’affetto sincero della famiglia e degli amici. Legami veri e profondi che ti fanno affrontare in maniera più leggera gli 800 km per tornare a casa! Chiara, 24 anni, infermiera La mia avventura è cominciata circa due anni fa, quando dopo una lunga serie di prove e concorsi, ad un anno circa dalla laurea in infermieristica, venni assunta di ruolo nell’Azienda ospedaliera di Desio e Vimercate in provincia di Monza e Brianza. All’inizio devo ammettere che è stata dura: ripartire da capo non solo con il lavoro, ma anche con le persone, la città e i suoi ritmi … poi con il passare del tempo le cose hanno assunto una prospettiva nuova, e ora sono soddisfatta di quello che faccio e soprattutto guardandomi intorno mi sento fortunata ad avere un lavoro, per di più che amo e mi gratifica. Certo La lontananza si fa sentire, tornare ad Umbertide per le ferie è ogni volta una gioia e una riscoperta e come succede per le persone, così anche per i luoghi, quando si è lontani si riesce meglio ad apprezzare e valorizzare gli aspetti positivi, che invece altrimenti nella quotidianità rischiano di passare inosservati o addirittura scontati. La speranza che ho nel cuore è quella , ovviamente, di poter tornare un giorno nella mia Itaca soddisfatta e felice del viaggio che, non senza ostacoli, ho deciso di intraprendere, ma che sicuramente ha contribuito a farmi crescere e diventare ciò che sono adesso! Giacomo, 26 anni, consulente pedagogico Sono partito da Umbertide per continuare i miei studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, specializzandomi in Consulenza pedagogica per la Disabilità e Marginalità. Sono partito con la speranza di crescere, provarmi e continuare a scoprirmi, portando certamente la possibilità di restare qua, o almeno di provare. Ho maturato naturalmente la scelta di rimanere a Milano: non ci sono state motivazioni precise, certo sicuramente degli stimoli, come le possibilità lavorative e soprattutto le nuove relazioni amicali e non, costruite saldamente. Nulla però è bastato da poterlo identificare come il motivo, se non una volontà intrinseca di stare. Ora vivo a Saronno e lavoro a Milano per una cooperativa sociale e mi occupo di persone con disabilità, con progetti volti all’autonomia e alla gestione del tempo e delle risorse che ognuno di loro, di noi, porta con sé. Pensare a casa mi rende felice, pensare che il posto da cui sono partito è lì, sempre e comunque, con tutti gli affetti e le persone che amo mi dà la sicurezza per restare. Non tornerò a casa, anche se di definitivo nella vita c’è poco, soprattutto se devo guardare così lontano nel futuro, però so che la mia esistenza è qua, nella mia scelta, nella mia nuova casa in affitto, nel mio lavoro, nelle persone che ho incontrato e sto continuando a incontrare … e mi piace definire Umbertide come la mia Itaca, rubando le parole a Kostantinos Kavafis “ Itaca t’ha donato il bel viaggio. Senza di lei non ti mettevi in via. Nulla ha da darti più. E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso. Reduce così saggio, così esperto, avrai capito che vuol dire un’Itaca.” Cristina Caponeri  

26/11/2013 16:05:52

Notizie » Società Civile Pari opportunità: alla Commissione serve commistione

La parrucchiera sta per farmi il famoso shatush ai capelli, io sono certa che questa sera nessuno me li tirerà perché ho rincasato tardi. Sempre dalla parrucchiera leggo una rivista che poi cedo gentilmente alla cliente venuta dopo di me perché io sono arrivata alla pagina dell'oroscopo. C'è il portariviste e c'è una specie di volantino, rosa. Un numero, 800.861126, quello di TelefonoDonna. Nell'immaginario, mio e collettivo, il telefono è azzurro e buono, piange se è cantato da Domenico Modugno e fastidioso in ogni caso quando in casa squilla durante la cena. Perciò prendo il volantino tra le mani, inizialmente lo utilizzo per sventolarmi dal caldo del casco poi decido che è bene aggiornarmi quindi lo apro. Poche righe, quelle che servono. Un timbro cattura la mia attenzione, ne riconosco le coordinate: Centro Salute; Largo Cimabue 2; il lunedì e il mercoledì dalle 15,00 alle 19,00; il venerdì dalle 9,00 alle 13,00. Un altro numero, stavolta più familiare: 0759425120. Si tratta d'un punto d'ascolto che offre consulenza legale, psicologica e gratuita. Si parla di violenza contro le donne. Penso che non possa riguardare la mia città, Umbertide. Nella mia città ci sono scorci da mozzare il fiato e nessuno che te lo toglie stringendoti il collo, per strozzarti. C'è il Tevere, nessun fiume di lacrime ingoiate. C'è il Museo di San Francesco, qualche rotonda, c'è la Rocca quindi nessuna rocca-forte del maschio forte, a menare. E poi le donne con gli occhi gonfi dai lividi si vedono solo nei film mentre i maxi occhiali da sole sono semplicemente all'ultimo grido. Un grido. Un silenzio. Ancora oggi, nel nostro Paese quando si parla di violenza domestica vince il secondo. Quindi la roccaforte della paura c'è dappertutto, nelle grandi metropoli come nelle città di provincia. Pare sia difficilissima da espugnare. Non impossibile. La missione parte dall'ammissione, non di colpevolezza poiché la vittima è sempre la donna maltrattata. Allora è bene sapere che dal 2005 il nostro Comune offre un servizio a sostegno delle donne che subiscono violenza e maltrattamento e che questo servizio è attivo grazie al lavoro della Commissione Pari Opportunità di Umbertide, operosa nel formare volontarie al delicato ruolo di operatrici d'ascolto e accoglienza. A questo punto credo di ricordarmi che l'anno scorso, in occasione della mia decisione di tagliarmi i capelli di ben tre dita, sempre dalla mia parrucchiera di fiducia (o mi trovato al supermercato? forse dal medico? ) ho letto il volantino della mostra d'arte tal dei tali. C'era apposto il logo della Commissione Pari Opportunità della mia città. E in quell'altra occasione, mentre mi trovavo al parco mi sono seduta proprio sull'invito alla presentazione dell'autrice x la quale ci teneva a informarmi che il suo libro y (rimasto incognito ai più, appunto) in qualche modo, avrebbe riguardato anche me. Riguarda anche me, coinvolge tutti noi. Alla Commissione serve una commistione, d'interessa da parte della cittadinanza. Piccoli servizi offerti agli umbertidesi e non solo, piccoli segnali di fumo: per non averlo negli occhi. Elisa Vescarelli.

26/11/2013 16:04:55

Notizie » SLIDER Petizione civica: stop a Piazza Mazzini

Il Comitato cittadino “Per il Centro cittadino” e Umbertide Aperta promuovono una petizione per il ripristino di Piazza Mazzini nella sua viabilità e nella sua originaria dimensione di spazio aperto, nell’intento di restituire funzionalità, percorribilità, vivibilità ed attenzione al centro cittadino. Oltre che per l’oggetto, già di per sé importante, l’iniziativa si caratterizza per lo strumento adottato: la petizione, un istituto di partecipazione popolare previsto dall’articolo 18 dello Statuto del Comune di Umbertide, utilizzato per la prima volta. La raccolta di firme, già partita, verrà organizzata cercando di condividere con il maggior numero di persone possibile una serie di proposte rivolte alla valorizzazione del centro storico cittadino, frutto di una iniziativa partecipata con professionisti e cittadini. Il documento sarà quindi portato attraverso il Consigliere Luigino Orazi alla attenzione del Consiglio Comunale, peraltro mai coinvolto nella modifica urbanistica che ha stravolto Piazza Mazzini. Dunque, affermano i coordinatori di Umbertide Aperta, Roberto Tullini e Alessio Tardocchi, “innovazione nella proposta, nello stile e nei metodi democratici. Ciò che ad Umbertide serve per recuperare un confronto ed una dimensione partecipativa utili ad elevare la qualità dell’attività amministrativa”. L’iniziativa trae origine dalla necessità di ripensare la città in modo unitario, a partire dal suo “centro”. “Il piano di valorizzazione e di rilancio del centro storico cittadino – affermano i coordinatori di Umbertide Aperta - deve innanzitutto essere inquadrato in un nuovo disegno urbanistico che recuperi la frammentazione che oggi caratterizza Umbertide restituendo sistematicità ad un tessuto cittadino privo di continuità e collegamento. Pertanto – aggiungono Tullini e Tardocchi - gli interventi da realizzare nel e per il centro storico, non riducibile alla Piazza Matteotti, non possono essere fine a se stessi, ma debbono essere inquadrati in un progetto complessivo che abbia una sua precisa logica ed identità, che rispetti un preciso criterio, che dia uno stile omogeneo ed un immagine globale in particolare al cuore del centro storico stesso, valorizzandone le tante e nascoste particolarità. Un progetto in grado di coniugare l’aspetto urbanistico con la funzionalità degli spazi”.   Oltre al ripristino di Piazza Mazzini nella sua dimensione originaria di spazio aperto, Umbertide Aperta propone di utilizzare Piazza del Mercato (sotto la Rocca) per una tipologia commerciale tipica e di qualità, salvaguardandone il pregio. Di spostare il mercato del mercoledì sulle piazze e sulle vie del centro storico, definendo un percorso che si sviluppa attraverso tutta l’area adiacente Piazza Matteotti e fino a Piazza Marconi, recuperando in tal modo il parcheggio su Piazza Caduti del Lavoro. Di restituire a Piazza XV aprile la sua naturale dimensione di luogo della memoria, anche in vista del settantesimo anno della commemorazione. Di iniziare uno studio di fattibilità per il recupero dell’Umbertide sotterranea, vero giacimento culturale e con potenzialità turistico museale.   Altre proposte: realizzare un parcheggio nell’area del “pratino” della Piattaforma senza alterarne l’aspetto naturale; realizzare un parco giochi per bambini all’interno della Piattaforma; potenziare il programma di iniziative previste in Piazza Matteotti (es. mercato del sabato, eventi musicali ….) attraverso una efficace collaborazione tra amministrazione e commercianti; mettere a norma l’intera area rispetto alla accessibilità (ad es. applicare materiale antiscivolo sulle passerelle in legno; dotare le scale di mancorrenti); realizzare passaggi pedonali a norma ed adottare una soluzione che consenta anche a persone diversamente abili di accedere al percorso Reggia / Tevere; costruire una scala lato Tevere per risalire dal percorso Reggia.

26/11/2013 15:59:47

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